Un anno di dolore negli scatti di Barbara Zanon, finalista del Portrait Awards
La fotografa veneziana che vive a Muggia è tra i finalisti con One Year, le foto dell’ultimo anno di vita del padre, malato oncologico

L’amore e la morte sono forse le esperienze più profonde che l’essere umano possa vivere nel corso della sua esistenza. Nessuno ne è indenne, neanche chi finge, sotterra, archivia le memorie, le assenze, i traumi. L’arte si interroga da sempre su questi grandi temi, li indaga e li scava, ma per poterli comprendere l’artista sa che inevitabilmente li deve vivere.
È il caso della fotografa veneziana Barbara Zanon che dopo un anno di supporto e osservazione della malattia del padre, raccoglie gli scatti fatti durante la sua degenza come atto di memoria e di narrazione di un dolore che non poteva essere dimenticato.

Ognuno ha un proprio linguaggio con il quale vive il mondo, attraversa la sofferenza, accoglie l’amore. Ognuno ha un proprio linguaggio per dare un senso alla morte. Soprattutto se in quella morte c’è l’ultimo grande tassello delle proprie origini. Con accuratezza e sensibilità, Barbara Zanon ha atteso un altro anno dopo la perdita del padre per riguardare gli scatti effettuati nelle stanze d’ospedale; le ha riattraversate per poter sentire e capire, grazie al suo linguaggio fotografico, che dentro ogni fotografia c’era una storia che ancora non sapeva di aver scritto.
Nasce così il desiderio di sublimare e onorare la memoria di un dolore decidendo di selezionare dieci scatti e inviarli a un concorso internazionale tra i più famosi al mondo. Si tratta del Portrait Awards della piattaforma LensCulture, una tra le più rinomate e attente realtà internazionali che si occupa di selezionare i fotografi più influenti dal punto vista artistico e umano.

Oltre 140 paesi partecipano ogni anno ai concorsi proposti da LensCulture, e quest’anno tra i 39 finalisti c’è anche Barbara Zanon con il portfolio “One year”. «Sono fotografie nate tra me e mio padre – spiega l’artista – anche per sdrammatizzare l’agonia della degenza e allo stesso tempo per darmi la possibilità di non disperdere nulla di quel dolore mio, tanto quanto di mio padre. Ma non sono nate con l’obiettivo di essere pubblicate; il processo di integrazione è avvenuto un anno dopo, portando in terapia psicologica le mie fotografie per poter affrontare il mio lutto. Per farlo potevo affidarmi solo all’unico linguaggio che conosco per esprimermi: la fotografia».
Il prima e il dopo l’operazione del tumore, i movimenti quotidiani, l’ultima telefonata della vita, la musica in cuffia durante le cure palliative; le mani di una figlia intrecciate a quelle di suo padre negli ultimi giorni, prima di morire: sono tutti scatti effettuati con un Iphone, sintomo di quanto il gesto di immortalare il tempo della fine fosse un istinto intimo, personale, «l’unica cosa che ho potuto fare per comprendere il mio e il suo dolore».
Fotografa professionista dal 2004, Barbara Zanon ha lavorato per molti anni come fotogiornalista coprendo incarichi di politica, arte, musica, cronaca locale e nazionale, seguendo personaggi politici internazionali tanto quanto realtà più semplici e intime. Negli anni si è specializzata nel ritratto, in particolare di scrittori, musicisti e politici.
A livello artistico, si è dedicata sempre a sviluppare una fotografia basata sulle sue origini, scavando il tema dell’assenza e della memoria molto presenti nel suo vissuto e cercando di creare una narrazione che portasse nel tempo un senso espressivo, che si è rivelato poi non soltanto personale, ma universale. Ha vinto molti concorsi internazionali, infatti, che l’hanno scelta proprio per la delicatezza delle tematiche, riportate con sapiente eleganza e attenta sensibilità.
Tra i grandi lavori della sua carriera, oltre a seguire la rotta balcanica dei profughi nei Silos di Trieste, c’è un progetto sull’autismo che dura da otto anni, nel quale ha raccolto la vita di una famiglia umbra con tre figli autistici, facendo luce sulla loro quotidianità e non sulla dinamica della disabilità, per sottolineare il diritto di esistere di ogni singolo essere umano, esaltandone i gesti di tutti i giorni esattamente come quelli di altre realtà umane. Ha scelto di vivere a Muggia, città che le ricorda la “sua” Venezia, ma che le permette di vivere con più tranquillità e silenzio, e continuare a sviluppare così il suo lavoro. —
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