Gaia De Laurentiis al Bobbio «Alle 5 da me per ridere insieme»

Da oggi a mercoledì lo spettacolo di Pierre Chesnot con Ugo Dighero L’attrice: «Sono una donna che si vuole a tutti i costi accasare e avere un figlio»



Un uomo che cerca una stabilità affettiva, una donna che vuole diventare madre. Entrambi uniti dal desiderio di accasarsi. Attorno ai due protagonisti ruotano alcuni personaggi, tutti interpretati da Gaia De Laurentiis e Ugo Dighero. “Alle 5 da me” è il titolo dello spettacolo che andrà in scena da oggi all'11 dicembre, al Teatro Bobbio, tutti i giorni alle 20.30, mentre domenica e martedì alle 16.30. A firmare la regia del testo di Pierre Chesnot è Stefano Artissunch che ci propone una pièce dai toni grotteschi capace di far ridere per la sua leggerezza.

Gaia De Laurentiis, nello spettacolo “Alle 5 da me” sia lei che Ugo Dighero interpretate cinque personaggi. Una scelta un po' particolare...

«Ciò che è particolare è il fatto che è un gioco dichiarato: ci cambiamo in scena davanti a tutti. Non facciamo veramente cinque personaggi: il mio personaggio decide di prendere in giro le quattro ultime ex del personaggio di Ugo e lui fa lo stesso con i miei quattro ex. Li imita. Racconta com'è stato quell'incontro alle cinque da lui».

Il suo personaggio ha una voglia di diventare madre. Secondo lei, le donne come vivono oggi la maternità?

«Con un'enorme difficoltà, anche perché c'è una discrepanza tra la lotta per avere la parità e la società che non ti permette di gestire questa parità».

Questo suo personaggio, quindi, che tipo di donna è?

«È una donna che ad un certo punto decide che vuole un figlio, vuole sposarsi e accasarsi. Lo stesso discorso vale per il personaggio maschile che non ne può più di avere dei flirt che non portano a nulla. Entrambi vogliono una storia seria e come sempre accade, quando cerchi non trovi».

La società di oggi fatica a essere selettiva nei rapporti umani?

«È una società che consuma tutto molto velocemente, ma non so se questo possiamo attribuirlo anche ai rapporti. Devo dire che ho notato che tra i giovani c'è la voglia di sposarsi. Hanno una certa serietà nei rapporti più di quanto lo avessimo noi – lo vedo anche con mio figlio più grande».

Lo spettacolo vuole lanciare un messaggio?

«No, assolutamente. Ci sono le belle musiche della Banda Osiris e una scenografia divertente. La gente ride di cuore. Ride perché si riconosce, ride delle proprie fragilità e della propria ingenuità. Noi rappresentiamo dei personaggi grotteschi mostrando quello che succede nella realtà quando qualcuno prende una sbandata per una persona e vede quello che non c'è. Ciò che fa ridere è sicuramente una certa autoironia».

Lei che si è diplomata al Piccolo Teatro Studio di Milano, cosa porta con sé del triestino Giorgio Strehler?

«Di lui porto tutto con me. Sicuramente la cosa più grande era la sua enorme umanità. Aveva una gran voglia di paternità. Ci ha costantemente seguiti. Noi lo vedevamo tutti i giorni, eravamo a stretto contatto con lui. Era veramente un padre con una disciplina ferrea, ma umanissimo, pronto a comprendere la psicologia di ognuno di noi».

Nel 2004 era venuta a Trieste con il musical “My Fair Lady” insieme a Corrado Tedeschi. Era la sua prima esperienza in un musical?

«La prima e unica. È uno dei ricordi professionali più belli e divertenti che conservo. Per me è stato meraviglioso! Credo che quelle fossero le prime repliche. L'orchestra era dal vivo e mi sentivo una responsabilità addosso, un'inadeguatezza che poi, andando avanti con le repliche, è passata. L'ho amato tantissimo quello spettacolo».

E a Trieste quando è stata per la prima volta?

«Quella volta lì. Ora ci ritorno dopo quindici anni». —

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