Giovanni Grasso alla Bookweek di Gorizia: «Il potere è una pericolosa tentazione umana»
Il consulente per la comunicazione del Quirinale atteso domenica: «Chi rappresenta le istituzioni deve essere credibile. Lo stile di Mattarella? Asciutto, serio e concreto»

Sarà il protagonista dell’appuntamento di chiusura della Bookweek Gorizia Capitale, domenica 14 giugno alle 18 ai Giardini Pubblici di corso Verdi. Lo scrittore e giornalista Giovanni Grasso presenterà, dialogando con Paolo Possamai, direttore responsabile e direttore editoriale Nord Est Multimedia, il suo ultimo romanzo “Finché durerà la terra”.
Il libro racconta la vicenda di Noè Simeoni, ex seminarista incaricato di infiltrarsi in una comunità religiosa dell’Umbria per fare luce su presunti eventi miracolosi. Un’indagine che diventa un viaggio nel rapporto fra fede e dubbio, verità e menzogna, e nella fragilità delle coscienze quando incontrano il desiderio di credere.
Ma dentro questa trama c’è anche una riflessione sul bisogno di assoluto e sulla facilità con cui il sacro, quando incontra l’interesse e l’ambizione, può essere deformato in strumento di potere.
Grasso, lei da più di dieci anni è consigliere per la stampa e la comunicazione del Presidente Mattarella, quindi è molto vicino a un centro di potere. Quanto conta, per lei, il potere nei suoi romanzi?
«Non ha un ruolo centrale nei miei romanzi, o perlomeno non ne è il centro assoluto. Ho però raccontato il potere dispotico delle dittature, il nazismo e il fascismo, la spietatezza della giustizia militare nelle trincee della Prima guerra mondiale, come ne “Il tenente Giardina”, o il dominio che il narcisista patologico esercita sulla sua vittima, come forma di sottomissione mentale. Nell’ultimo libro c’è un altro potere: quello di promettere guarigione e liberazione dalle pene del purgatorio. Anche questo è un potere manipolatorio, di chi usa la religione a fini economici o di dominio. In generale, il potere è necessario, ma è anche una tentazione. Se lo usi per servire e non per servirtene, diventa alta politica; se invece diventa arbitrio e prevaricazione, è una delle tentazioni più nefaste. È proprio questo slittamento che mi interessa raccontare: il momento in cui l’autorità smette di essere responsabilità e si trasforma in dominio».
Per il suo ruolo istituzionale, lei può osservare da vicino il potere: lo vede come qualcosa che affascina?
«Certo. Il potere è sinonimo di successo e si guarda con un po’ di invidia e di paura. Le persone potenti sono spesso anche affascinanti: è una grande tentazione dell’uomo. Chi lo maneggia deve stare doppiamente attento».
Viviamo in un mondo in cui tutto deve essere semplice. La narrativa può essere uno strumento per restituire la complessità delle cose?
«Non c’è dubbio. L’amico Maurizio De Giovanni mi ha detto: “Se vuoi dare delle risposte devi scrivere dei saggi; se vuoi provocare delle domande, scrivi romanzi”. L’arte, e la letteratura in particolare, è il campo del dubbio, non quello delle certezze. In tempi in cui tutti hanno certezze e pochi hanno dubbi, il romanzo può far riflettere sulla complessità non solo della situazione internazionale, ma proprio dell’essere umano. Non deve dimostrare una tesi né offrire formule pronte: può permettersi l’ambiguità, il chiaroscuro, perfino il silenzio. Ed è forse proprio questa la sua forza oggi: costringere il lettore a fermarsi, a non consumare in fretta una risposta, a entrare in una zona meno comoda ma più vera. La letteratura, quando funziona davvero, non semplifica il mondo: lo rende più leggibile senza togliergli mistero».
L’intelligenza artificiale ha ormai preso possesso delle nostre vite. Chi scrive si pone il dilemma: ciò che leggo l’ha scritto l’AI o l’autore?
«È chiaro che si possono scrivere romanzi con l’AI, però non hanno ancora creato il sentimento artificiale. La letteratura è fatta di sentimenti: l’AI non ha cuore. I romanzi si scrivono con il cuore e con la testa, per cui penso che rimarrà sempre uno spazio per lo scrittore. L’autore filtra sempre la realtà attraverso la sua esperienza, quel supplemento d’anima che distinguerà sempre la grande letteratura dall’AI. È una sfida più che all’intelligenza, al sentimento. L’intelligenza artificiale può forse imitare una forma, ma non possiede quella necessità interiore che spinge davvero a scrivere, né quella responsabilità personale che ogni autore mette nelle sue parole».
Scrivere un romanzo e scrivere un discorso istituzionale: qual è la differenza?
«Scrivere discorsi è come scrivere un articolo di giornale: devi chiarire, devi spiegare. La scrittura giornalistica è chiarimento; la scrittura letteraria è emozione, allusione, musicalità, mistero. Sono due generi diversi. In un discorso istituzionale hai il dovere della precisione e della responsabilità pubblica di ogni parola; in un romanzo puoi suggerire, evocare, lasciare spazio all’ombra. Cambia il rapporto con il lettore, ma cambia soprattutto il compito che affidi alla lingua».
Nella comunicazione istituzionale c’è il rischio della retorica. Come si può evitare?
«È un rischio che c’è sempre. Bisogna non essere pigri: la retorica è la scrittura dei pigri. Il burocratese è la pigrizia delle frasi fatte, il non pensare a chi legge. Evitarla significa trovare parole vive e necessarie, non formule che rassicurano chi le scrive ma che non dicono nulla».
Nei discorsi del presidente Mattarella c’è poca retorica.
«È un uomo che ha un linguaggio asciutto, da giurista, da uomo concreto che rifugge le esagerazioni retoriche. Questa sobrietà non è freddezza, ma disciplina del pensiero e rispetto per chi ascolta. In una stagione in cui la comunicazione pubblica cerca spesso l’effetto, questa misura arriva invece come un segno di serietà. La scelta è tra stupore o credibilità. Chi rappresenta le istituzioni dove pensare soprattutto alla seconda».
È un linguaggio che ha avvicinato la gente. Anche per questo è amato.
«È una persona che ha un suo stile e che viene percepito come autentico: pur nella molteplicità degli ambienti che frequenta rimane sempre sé stesso».
Nel film di Sorrentino, “La grazia”, molti hanno visto un’ombra di Mattarella.
«Sorrentino ha chiarito subito che il suo presidente non è Mattarella: si è ispirato a diversi presidenti, da Scalfaro a Cossiga a Napolitano. È una sintesi tra diverse realtà e la sua fervida immaginazione».
Una figura così simile al Capo dello Stato le ha fatto effetto, vederla diventare personaggio?
«No. Avevo parlato con Sorrentino e sapevo che il gioco dell’identificazione o del “trova le differenze” per quanto divertente era un esercizio vano».
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