Cesare Mocchiutti e l’arte del confronto

A Gorizia la mostra “Sguardi nascosti - Figure, paesaggi, silenzi”. Così l’ingegno di un maestro esce dalle case e diventa pubblico 

Fabrizio Brancoli
Cesare Mocchiutti, Cane, 1978, olio su tela
Cesare Mocchiutti, Cane, 1978, olio su tela

Un pittore appartiene a un luogo, sempre. A volte quel luogo è lo spazio dove lavora e crea: il punto preciso dove pianta il cavalletto e misura la luce. Immaginalo su una scogliera impetuosa, lungo un sentiero del bosco, sotto al picco di una montagna, oppresso da alti edifici o nel chiuso di una stanza, davanti a una persona da ritrarre. Altre volte, più che il soggetto del dipinto, conta lo spazio dove l’artista vive, percepisce le stagioni, accumula le esperienze.

Per Cesare Mocchiutti il luogo è Gorizia, intesa oltre le sue geografie amministrative: la città italiana, quella slovena, in un certo senso anche quella asburgica, ma anche i comuni che condividono lo stesso respiro storico, artistico, sociale e ambientale. È la Gorizia dell’Isonzo e delle colline, dei castelli e delle ville, del vento, del mare lontano ma non estraneo. La Gorizia delle case dove ritrovarsi, delle conversazioni che si attivano oltre le mappe. Mocchiutti – nato il 4 agosto 1916 a Villanova dello Judrio e morto a Mossa vent’anni fa, il 2 giugno del 2006 – appartiene a questo luogo. E questo luogo sembra riconoscersi in lui.

Cacciatori, 1973, olio su tela
Cacciatori, 1973, olio su tela

Allo Smart Space di Carigo, a Gorizia, da venerdì pomeriggio, questa appartenenza prende vita. «Non chiamatela inaugurazione, per favore; è semmai un’apertura», ci hanno chiesto, per rimuovere liturgie e formalismi. Nello Smart Space le immagini scorrono su più schermi, le opere dialogano tra loro, le voci si intrecciano. L’artista entra nello spazio attraverso il segno e il colore, come se fosse ancora qui a parlare. È una scelta di linguaggio prima ancora che di allestimento. «Vogliamo che lui sia presente, con il suo modo di vedere il mondo. Deve essere un’operazione culturale».

La mostra ha scelto accuratamente sei parole, mirate: “Mocchiutti. Sguardi nascosti - Figure, paesaggi, silenzi”. Il percorso nasce da un lavoro lungo e paziente. Riunisce olii, disegni, sculture in bronzo e piatti decorati, in arrivo da collezioni private. La parte più interessante, forse la più commovente, è proprio questa: le provenienze delle opere. Ci sono quadri mai visti, se non in contesti familiari e riservati. Dipinti che per decenni hanno presidiato stanze, studi, memorie familiari. Alcuni collezionisti hanno affidato a questa idea di comunità artistica fino a diciassette lavori, tutti inediti in senso espositivo. Lo scrigno di un grande pittore si è aperto, restituendo densità, cura e sentimento della ricerca.

Gatto, 1975, olio su tela
Gatto, 1975, olio su tela

Venerdì 6 e sabato 7 marzo, alle 17, e domenica 8, alle 11, la storica dell’arte Cristina Feresin guiderà tre visite speciali dedicate al nuovo allestimento. Sarà l’occasione per seguire il progetto e approfondire una figura che ha segnato il secondo dopoguerra artistico goriziano. Mocchiutti frequentava il Caffè Teatro, punto di riferimento per gli artisti isontini, e viveva la pittura come pratica quotidiana, fatta di tentativi, ritorni e sperimentazioni di approcci e di materiali.

A vent’anni dalla sua scomparsa, Cesare Mocchiutti è vivo nelle sue opere. La sua pittura figurativa, radicata nella natura e nella vita quotidiana, è filtrata da una visione personale intensa. I soggetti – animali, paesaggi, figure di bracconieri – non sono semplicemente rappresentati, ma trasfigurati da un segno incisivo e da un uso cromatico che costruisce profondità e tensione visiva. Il suo lavoro spazia dalla pittura a olio alle tecniche miste, includendo disegno, grafica e scultura in bronzo, nella tenace aspirazione di connettere forma, materia e gesto. Questa idea stilistica trova una compiuta restituzione nella mostra: un tragitto intimo tra figurazione moderna ed espressionismo poetico, con richiami al post-cubismo e con due capacità rare: osservare e inventare.

Cesare Mocchiutti, foto di Maurizio Frullani, 1986
Cesare Mocchiutti, foto di Maurizio Frullani, 1986

Ma la storia nelle storie è quella che porta questi quadri all’affaccio, dopo tanti anni di perimetro privato. Del resto, con Mocchiutti case e studi diventavano cenacoli, senza vanità, consentendo di discutere sulla pittura, dalla tecnica al pensiero. Gorizia, in quegli anni, funzionava come laboratorio aperto. Le relazioni si costruivano nei locali e nelle abitazioni, si allargavano verso Trieste, Udine e il Carso. Il confine assumeva la forma di una frontiera vissuta, capace di generare incontri e condivisione. Le differenze trovavano un terreno di rispetto.

E non è, questa, l’ennesima storia di un confine che non conosciamo mai abbastanza?

A questa dimensione non sfuggono voci significative e memorie personali. Rossella Di Giusto, che oggi ricopre una carica importante come segretaria generale della Fondazione Cassa di Risparmio di Gorizia, la casa di Mocchiutti la frequentava con il padre, da bambina. C’è da immaginare che cosa si possa provare, nel disporre oggi un progetto espositivo che parte proprio da quei ricordi, tra colori, pennelli, suoni e profumi. È così che la pittura entra nella vita, senza sconti né mediazioni, perché quel varco, tra arte ed esistenza, è anch’esso un confine da esplorare.

“Sguardi nascosti”, perché non si sono visti finora. Nascosti perché erano nelle case della gente, dietro mura discrete e proprietà private. Oggi diventa un’emozione di tutti. Si sceglie una narrazione illuminata, capace di parlare anche a chi si avvicina senza strumenti o competenze. La mostra sarà dinamica: le opere cambieranno e si sostituiranno a vicenda nel tempo. Il coinvolgimento dell’Istituto d’Arte di Gorizia rafforza questa direzione. Mocchiutti vi insegnò per molti anni e tra i docenti di oggi ci sono suoi ex allievi. Una storia di trasmissione. Nella quale si identificano studiosi, testimoni diretti e vincoli sacri come quelli con i figli Enrica e Franco, con i nipoti, gli allievi e gli allievi degli allievi. Un soggetto collettivo, nel nome di un maestro. —

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