“Guerra e pace”, l’immagine-arma che governa la nostra memoria

venezia

Cinema e guerra sono connessi da sempre: sono cambiati i mezzi, da quelli pesanti e laboriosi dei pionieri delle origini agli agili smartphone di oggi, ma da sempre l’uomo e i governi hanno bisogno di filmare i conflitti, per fini di documentazione o propaganda. O, più importante ancora, memoria. A raccontare la storia di questo lungo connubio è “Guerra e pace” di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, presentato nella sezione Orizzonti, con lo stile consueto della coppia di registi: un cinema di montaggio, di recupero di materiali d’archivio alternati con riprese del giorno d’oggi. «Il primo conflitto filmato è la guerra in Crimea, diventata poi una news da proiettare al cinema», raccontano i registi. Nel film però, l’inizio della storia d’amore tra guerra e cinema è esemplificato dalle immagini dello sbarco dei soldati italiani in Libia, nel 1911. Il documentario è diviso in quattro capitoli legati alle epoche (passato remoto, passato prossimo, presente e futuro) e ad altrettante istituzioni: l’Istituto Luce di Roma con il suo continuo restauro di antiche pellicole di guerra, l’Unità di Crisi del ministero degli Esteri che scandaglia i conflitti del mondo attraverso i suoi monitor, l’Ecpad (Archivio Militare e Agenzia delle Immagini del ministero della Difesa francese) che insegna ai giovani militari a produrre immagini di guerra e la Croce Rossa Internazionale con i suoi archivi custoditi a Losanna. La riflessione dei registi si concentra sul portato simbolico che le immagini di guerra, più numerose di quelle di pace, hanno prodotto nel nostro immaginario collettivo. Fra gli effetti collaterali della guerra, sembrano dire, c’è anche la colonizzazione del nostro modo di vedere il mondo. «La domanda che ci siamo posti è: perché conservare tante immagini di guerra se poi non si smette di farla? Forse la risposta è che bisogna conservare per ricordare. Per questo gli archivi sono importanti». Il percorso del film è stato lungo: tre anni e mezzo di ricerca negli archivi, appoggiandosi al ministero degli Esteri, perché la prima idea degli autori era di fare un documentario sulla diplomazia. Nel frattempo si sono succeduti tre ministri Angelino Alfano, Enzo Moavero e Luigi Di Maio: «Le telecamere non erano mai entrate alla Farnesina, avere il permesso di girare lì è stato complesso». — E.G.

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