L'Italia vista da Guido Piovene, il racconto di un Paese alle porte del boom economico
Nel 1956 il giornalista traversava la penisola dalle Alpi alla Sicilia. Trovò Trieste «ossessionata dall’italianità», un Friuli ancora povero e rurale, Gorizia divisa in due

I friulani allo stesso tempo campanilisti e nomadi, attaccati alle tradizioni ed emigranti per necessità, sempre vogliosi di autonomia; Gorizia divisa dal confine, senza commerci, impoverita, ma da cui nessuno se ne vuole andare perché confida nell’aiuto dello stato; Trieste ossessionata dall’italianità, diffidente e timorosa nei confronti degli sloveni che vivono in Carso, in gruppetti di case di sasso, di colore bruciato.
Sono alcune delle impressioni che Guido Piovene aveva riportato nel suo famoso ‘Viaggio in Italia’ che si chiudeva giusto settant’anni fa, nell’autunno del 1956. Quanto è cambiata l’Italia da quando il celebre e chiacchierato giornalista (durante il fascismo si era speso in lodi per un libello antiebraico, poi abiurate) si era girato la Penisola da Bolzano alla Sicilia in un reportage lungo tre anni.
I luoghi cambiano
È un altro paese. C’è ancora la scuola di merletto di Fagagna che già quando l’aveva visitata Piovene era semideserta? E le trattorie sul confine jugoslavo dove pranzava Silvio Benco? Qui non c’è più il confine, non esiste alcun ‘pericolo slavo’ e l’italianità non ‘tira’ più nemmeno durante le elezioni.
A Piovene si rivelava una Trieste “mediterranea e nordica”, Miramare non era stato ancora riaperto al pubblico (non c’erano turisti in giro) e Umberto Saba, che Piovene va a trovare nella sua libreria, naso ricurvo e pelle di pergamena, gli sembra un oracolo greco-orientale.
La raffineria Aquila e il cementificio «possono attivare la vita economica della città», scriveva Piovene. Sappiamo come è andata.
Il Friuli poi, quello visto da Piovene era davvero povero e affamato: «focolari quadrati ricoperti da un letto di carboni accesi al centro della cappa calante dal soffitto, e sulla graticola polli, braciole di maiale, faraone, salsicce».
Un’Italia terragna e contadina, con ancora addosso i morsi di una fame atavica, quella del Ruzante, nella quale il cibo deve essere abbondante, grasso, colesterolico.
Nel pieno del boom
Ma quando Piovene si mette in viaggio il Paese comincia a trasformarsi. Siamo nel pieno del boom, si comprano automobili e frigoriferi, si comincia ad andare in vacanza. Il giornalista intercetta il cambiamento, lo descrive, lo commenta in presa diretta.
Si accorge, percorrendo migliaia di chilometri da nord a sud, che l’Italia sta mutando pelle proprio davanti ai suoi occhi. Piovene sta facendo uno scoop e se ne rende conto. L’incarico di fare questo ‘inventario di cose italiane’, come modestamente Piovene lo definisce, era stato commissionato dalla Rai, che trasmetteva alla radio, in puntate di venticinque minuti ciascuna, le tappe del suo viaggio.
Dal Grand Tour a modello dei media
Il modello di Piovene era quello dei Grand Tour dei colti del Settecento, quando scendevano in Italia e descrivevano un Paese povero, dove dominava la bellezza del pittoresco. Ma il suo è un altro taglio di lettura, possiede un’altra ampiezza di vedute, viene da un’altra esperienza.
Tra il 1946 e il 1947 Piovene pubblicò per il Corriere della Sera una serie di articoli dalla Polonia e dalla Bulgaria (raccolti nel volume Oltre la cortina di ferro) e nel 1953 diede alla luce il De America, frutto di un viaggio di 32.000 chilometri attraverso 38 stati della Federazione, assieme alla moglie Mimy, su un'automobile Buick.
Il successo
Il reportage in Italia, grazie alla radio, ebbe un successo clamoroso, tanto che Mondadori l’anno dopo lo riunì in volume e inaugurò un filone: Mario Soldati girò per la televisione Viaggio nella valle del Po, offrendo l’occasione a Tognazzi e Vianello per una bonaria presa in giro.
Il libro di Piovene venne ristampato dieci anni dopo e l’autore in quell’occasione notava come in quel lasso di tempo molte cose erano accadute: un’Italia semidialettale e contadina aveva visto nascere città di cemento, film e libri si occupavano di ansie da capitalismo avanzato.
Da allora il Viaggio in Italia è stato ristampato diverse volte, l’ultima da Bompiani, nel 2017; Montanelli avrebbe voluto che diventasse «un testo d'obbligo nelle scuole italiane, tali sono la profondità e la nitidezza della sua sonda nelle pieghe e nelle piaghe del nostro Paese».
Pensato per la radio (nelle Teche Rai si possono ascoltare le registrazioni di quelle puntate) il racconto si avvale di una prosa cristallina e penetrante capace sia di descrivere un paesaggio sia di analizzare i dati economici di un territorio. Se l’Italia in tutti questi anni è cambiata, non così il piacere che le pagine di Piovene suscitano nel lettore.
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