«Ho girato un film sul dolore e la solitudine» Lezione di Cremonini ai detenuti di Trieste

Masterclass nel carcere del Coroneo con il regista del film “Sulla mia pelle”. «Ce ne sono tante di storie come quella di Cucchi»



«Fai sentire qualcosa che ci ha fatto rabbrividire. E Stefano Cucchi non è l’unico, di casi analoghi ce ne sono altri. Saranno dei dimenticati: almeno lui è stato ricordato da te». È la prima volta che il film “Sulla mia pelle” viene proiettato in un carcere, e l’odissea vissuta dal geometra romano nei suoi ultimi giorni di vita raccontata dal regista Alessio Cremonini si carica di altri, ancor più potenti significati, se vista al chiuso di quattro mura di una prigione. Cosa avvenuta al Coroneo grazie a ShorTS: la Casa Circondariale di Trieste ha ospitato ieri mattina la masterclass del regista, Premio Cinema del Presente 2019, coronando la collaborazione della struttura con il festival triestino. Tre ore in cui regista e detenuti si sono confrontati in un dialogo aperto, appassionato e, ci è parso, di gran lunga più vibrante e partecipato dei tanti tenuti con spettatori qualunque.

È diretto, secco ma empatico col suo uditorio, l’esordiente Cremonini, autore del film caso dell’anno. Davanti ai detenuti cita Fellini e Rossellini, raccontando il diverso approccio di un regista con la realtà che lo circonda. Si capisce subito da che parte sta: «M’interessava fare un film utile – spiega – per le persone che non sono state in carcere. Non sono pochi quelli che pensano che un carcerato non sia un cittadino. Ma per me sono solo cittadini che stanno “dentro” e volevo raccontare la storia di uno di loro, che in carcere ci è entrato senza uscirne». «Ci sono due tipi di film – continua –: quelli di totale evasione e quelli che raccontano la realtà cercando di modificarla. Ci interessava farne uno che avesse l’ambizione di decifrare il più possibile la realtà: soprattutto, volevamo lo facesse mentre il processo era in atto».

Da dove sei partito? Gli chiedono. Il regista si alza in piedi e disegna nell’aria una linea con la mano, alta, molto sopra la sua testa. «Diecimila pagine di atti, impilate, arrivano qui. Le abbiamo lette per un anno, iniziando a scremare e prendere le cose più importanti, come antichi cercatori d’oro con le pepite. Tecnicamente parte dagli atti ma nasce da un’impellenza, da una necessità. Non tanto di cuore ma di pancia».

I posti dove han girato sono veri, come «è vero il detenuto che nel 2009 aveva testimoniato che Cucchi gli aveva confessato il pestaggio: non è stato creduto, appunto perché detenuto». Gli chiedono perché nessuno si sia accorto delle inequivocabili condizioni fisiche del giovane. Non i militari, ma il giudice. Domanda che il regista provocatoriamente gira alla platea. «Quella che si dice omertà tra carcerati s’instaura anche dall’altra parte – dice una delle voci che prova a rispondere –: si coprono a vicenda». «Anche noi che paradossalmente stiamo dall’altra parte – ribatte un altro – crediamo nella giustizia, che debba essere super partes: non ci si capacita che un essere umano resti indifferente a un altro essere umano in quelle condizioni». Non uno: 140, precisa Cremonini, le persone che sono venute a contatto con Cucchi in quei quei giorni: e più avanti, dopo le denunce della sorella, una società intera. Per fortuna, «problemi a girare non ce ne sono stati. Perché non è un film giudicante né divide il mondo in buoni e cattivi. Vuole solo fare in modo che lo spettatore si possa fare un’idea sulla vicenda di uno che spesso viene giudicato un povero drogato di merda. Da cattolico, ho realizzato che alla fine è un film sul dolore, fisico e psicologico, sulla solitudine, e sull’approssimarsi di un uomo alla morte». Che tra i detenuti siano le attente argomentazioni di Silvio o i racconti appassionati dell’algerino Samir, attore in trasferta a Gorizia dove ha recitato davanti a 80 persone, si respira la soddisfazione della responsabile dell’area pedagogica Anna Buonuomo e del direttore dell’istituto Ottavio Casarano. «Da anni ci avete incluso – hanno detto – noi e i detenuti, nel vostro festival: segnale propedeutico a una reinclusione una volta fuori. Auspichiamo che il progetto continui, anche perché è un modo per pensare alla propria vicenda personale e insieme di relazionarsi con una realtà esterna sempre più composita». Intanto Silvio legge la motivazione che premia uno stupito Mauro Vecchi, partito in auto da Reggio Emilia per incontrare i giurati che l’hanno votato. Il premio Oltre il muro è suo: scelta ardua, «perché erano uno più bello dell’altro». Ma a convincere è stato “Bautismo” , crudo racconto dell’iniziazione al crimine di un giovane sudamericano nell’hinterland milanese. Vecchi è il primo dei premiati protagonisti stasera del gran finale di festival, dalle 20 in piazza Verdi: presenta Zita Fusco. —

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