I Fortuny, padre e figlio talenti straordinari padroni di casa a Venezia

A Palazzo Pesaro degli Orfei a Venezia un affascinante allestimento celebra una famiglia e i suoi componenti, con oggetti e arredi ritornati in laguna dai musei di tutto il mondo 

IL PERCORSO



Più che un palazzo lo si potrebbe definire un organismo vivente, un labirinto in cui perdersi, dove ogni mattone, ogni pietra, ogni arredo diventa opera d’arte, dove luce e ombra sembrano liquefarsi dando vita a un’atmosfera che a ogni passo si addensa in colori suffusi, vibrazioni impercettibili, respiri nascosti, rendendo oggetti, quadri, tessuti lì conservati incontri straordinari con un mondo fuori dal tempo. È la magia di Palazzo Fortuny a Venezia, al secolo Palazzo Pesaro degli Orfei, dimora, studio, atelier, opificio di un artista eclettico quanto geniale, Mariano Fortuny y Madrazo, e della sua famiglia, che lì vissero per oltre 50 anni prima di donarlo al Comune di Venezia perché diventasse un museo. E proprio questo straordinario luogo è diventato la scena ideale per ambientare non tanto una mostra quanto un racconto a più voci dedicato alla storia di una famiglia, i Fortuny, che dalla Spagna portarono a Venezia un modo nuovo di fare arte e impresa, creando nel cuore della città un atelier d’alta moda, un’officina per la creazione di stoffe e tessuti, un laboratorio di invenzioni e brevetti, un luogo d’arte per conservare e valorizzare collezioni straordinarie e per esporre quadri, sculture ed arredi di rara bellezza.

La mostra “I Fortuny. Storia di una famiglia”, realizzata per celebrare il 70° anniversario della morte del proprietario del palazzo e curata da Daniela Ferretti con Cristina Da Roit, sarà visibile al pubblico fino al 24 novembre. Un affresco storico dedicato soprattutto alle vite di due uomini straordinariamente talentuosi, Marià (Mariano) Fortuny y Marsal, pittore di fama internazionale e suo figlio, omonimo, Mariano Fortuny y Madrazo, una sorta di “Leonardo da Vinci del ‘900” (come lo definirono in molti), un artista “polifonico” che applicò il suo talento alle più diverse discipline.

Per celebrare la ricorrenza sono ritornati nel palazzo, che li accolse per mezzo secolo, molti degli oggetti, dei quadri, delle sculture, degli arredi che per volontà di Mariano e di sua moglie Henriette alla loro morte furono donati ai musei di mezzo mondo. Una mostra-evento che permette al visitatore di rivivere la storia di una famiglia attraverso tutti i suoi protagonisti: il padre, Marià, talentuoso quanto precoce artista catalano, che, rimasto orfano giovanissimo, fu allevato con intelligenza e rispetto per le sue capacità di pittore da un nonno falegname che lo avviò ad una carriera internazionale; la madre Cecilia, volitiva e coraggiosa discendente di un’importante stirpe di architetti, critici d’arte e storici spagnoli, che, dopo la morte del marito a soli 36 anni, trasferì l’intera famiglia da Madrid a Parigi e poi a Venezia; Mariano, geniale talento “multi-disciplinare”, che grazie alla sua capacità di cimentarsi nella pittura come nella fotografia, nell’incisione come nel design, nella moda come nel teatro, fu il motore di un piccolo impero; Henriette, compagna e poi moglie di Mariano, sua musa ispiratrice, forte e discreta imprenditrice di successo, che riuscì a gestire l’inarrestabile talento del marito, ma soprattutto a dirigere per decenni il grande laboratorio tessile e l’atelier di moda della famiglia, lanciando tendenze e abiti (come il famoso Delphos) che divennero simboli assoluti di eleganza e prestigio.

Un polittico, quello disegnato nella mostra, che racconta anche la storia di un’epoca e di una città, Venezia, in cui la capacità di fare impresa e il successo poggiavano allora solidamente sul talento e sull’etica del lavoro.

Tra tutti i “portraits” spicca il profilo del padrone di casa, Mariano, che fece della sua vita una sorta di wagneriana opera totale, dedicandosi con passione e ricerca continua alla pittura, alle arti applicate, alla tecnologia, alle invenzioni. Celebri sono le sue innovazioni in ambito scenotecnico e illuminotecnico che culminarono nella creazione della famosa “cupola Fortuny” per la diffusione completa della luce nel palcoscenico. Ma Mariano profuse la sua inventiva in tutti i campi, depositando ben 37 brevetti: dalle carte fotografiche ai colori a tempera fino ai cavalletti per restauratori. Stimato e acclamato nelle più importanti istituzioni culturali restò un uomo dall’animo schivo, preferendo condividere lavoro e passioni con la moglie, tanto amata, fino all’ultimo istante. Un’unione, la loro, solida nella vita e nell'arte, basata sullo spirito di condivisione di un progetto comune al di là delle convenzioni. Si pensi che si sposarono solo dopo 22 anni di convivenza, scegliendo con ironia per la data delle nozze il 29 febbraio.

Una mostra, quella realizzata nei tre piani della dimora, che attraverso un percorso complesso nella memoria di una famiglia svela tesori e segreti di un mondo che non esiste più, fatto di dedizione e talento, di sacrificio ed etica del lavoro, del quale, come un gigante muto, rimane testimone ancora oggi il grande palazzo Fortuny. «Sono convinta che questo edificio – spiega Daniela Ferretti – sia stato il “genius loci” del suo proprietario. Nelle sue stanze, nei suoi saloni lui ha potuto respirare una grande energia e un’intensa bellezza. La sua architettura rigorosa, imponente e severa, è stata, io credo, fondamentale per dare spazio e luogo alla genialità di un uomo alla costante ricerca della bellezza». —



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