I morti che non muoiono di Jarmusch vivono nel mondo che gira al contrario



Il titolo originale “The Dead Don’t Die” (suona più o meno come “dededdondai”) genera un buffo gioco fonetico di gusto tipicamente jarmuschano che ci riporta con la memoria agli inizi della carriera del cineasta americano, a quel “Daunbailò”, il suo terzo lungometraggio, che nella versione italiana, invece, stava per “Down By Law”. Curioso. Di tipicamente jarmuschano ne “I morti non muoiono” c’è molto ancora: l’ironia stralunata e spiazzante, l’esplorare dinamiche di relazioni all’interno di una circoscritta comunità, l’alienazione del quotidiano, uno stile di regia minimale e sottile, sempre sottratto. Per non parlare del cast, che sembra quasi voler riunire attori-feticcio di vecchia e di nuova data, da Adam Driver a Tom Waits, da Bill Murray a Tilda Swinton, in una grande festa tra amici, con tanto di cameo di Iggy Pop in versione zombi.

Zombi, morti che non muoiono, che si trascinano camminando a fatica, affamati, in mezzo a vivi che non vivono, ancora ossessionati dalle stesse manie che li hanno assillati in vita: vestiti, cellulari, alcolici, ansiolitici, chitarre o caffè… a ciascuno i suoi oppiacei o placebo, feticci del capitalismo per lo straniamento e la fuga dalla realtà.

Dall’immaginaria “Paterson”, località di fantasia regno del precedente film, il centro dell’azione stavolta si sposta a Centerville, “a really nice place”, un villaggetto abitato da 738 anime che si spartiscono i ruoli tra stazione di polizia, pompe funebri, fattorie, pompe di benzina e lo “store”. Una tipica e anonima cittadina della provincia americana dove le giornate scorrono tutte uguali secondo rituali consolidati. Qualcosa, però, sta minacciando questa ordinaria normalità, qualcosa che esce fuori dai confini locali e investe il pianeta. Se ne parla alla televisione: il mondo sta girando al contrario. E non solo metaforicamente. Lo sfruttamento senza regole delle risorse ha provocato uno spostamento dell’asse terrestre, determinando questa inquietante inversione. Il giorno è la notte, la notte è il giorno, i morti si svegliano ed escono dalle tombe, pronti a divorare sotto la sinistra luce della luna. Jarmusch ha già avuto a che fare con l’eterno in passato, nel 2013. Ma rispetto ai vampiri di “Solo gli amanti sopravvivono”, figure romantiche e solitarie che perpetuavano nei secoli il sapere, strenui difensori dell’arte e la cultura contro la volgarità dei tempi, si è fatto un passo in avanti verso il baratro e la distruzione. Oggi non c’è più salvezza tra gli esseri umani, nessuna chance di riscatto o redenzione, né tra i vivi né tra i morti, con l’unica eccezione di un “outsider” che vive da solo nel bosco, secondo le proprie regole, ai margini della società. Sotto le mentite spoglie della commedia, si cela una visione amara e pessimista del mondo calata nel nostro presente, che trova conferma nel finale angosciante, con un assedio in stile romeriano che non lascia spazio alla speranza. Magari da Jarmusch, nell’America di Trump, ci si attendeva un segno più deciso mentre, stavolta, il minimalismo proprio dell’autore finisce per viaggiare di pari passo con l’inconsistenza. —





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