Il canto del cigno di Stanlio & Ollio amici e comici senza tempo

Dick und Doof in Germania, Flip i Flap in Polonia, o Gordo e o Magro in Brasile: è una popolarità senza confini quella della coppia comica formata dal britannico Stan Laurel e dall’americano Oliver Hardy. Senza tempo, anche, penseremmo, considerata la portata di una fama arrivata fino ai nostri giorni. Eppure la nostra percezione sbaglia: c’è stato un momento della carriera di Laurel & Hardy in cui ai loro show i teatri andavano semideserti e i due s’arrabattavano per sbarcare il lunario. Al regista scozzese Jon S. Baird e al suo “Stanlio & Ollio” va innanzitutto il plauso di aver gettato una luce su un capitolo scarsamente conosciuto della loro carriera: una scelta ponderata e vincente, la sua, che sovverte innanzitutto le regole del biopic classico tradizionalmente imbastito sull’asse esordi-ascesa-successo. Viceversa col suo sceneggiatore Jeff Pope Baird punta su un momento di grande fragilità della coppia per metterne a nudo i protagonisti, prediligendo uno sguardo che si posa non tanto sugli artisti, ma sugli uomini che stan dietro alle leggende.
E se nel lungo piano sequenza iniziale li vediamo percorrere gli studios chiacchierando amabilmente di donne e attaccare, al grido di “motore, azione” , uno dei balletti clou de “I fanciulli del West” , Baird e Pope ci proiettano, 16 anni dopo, su una scena molto diversa. Acciacchi e diabete a minare la salute fisica. Scommesse, risentimento e una vita al di sopra delle proprie possibilità a compromettere quella psicologica. Un viale del tramonto che si traccia inesorabile giorno dopo giorno. Eppure, quel “credevo foste in pensione” che si sentono ripetere dalla gente, quel “peccato tutti quei posti vuoti” nulla tolgono, nonostante la profonda amarezza e umiliazione, al loro garbo e a quella grazia sempre fine e delicata, né a uno spirito umile e costruttivo anche nei momenti più bui. «Stiamo imparando a conoscerci di nuovo», dicono: e qui Pope indaga le radici della frattura che li aveva allontanati affidandosi a “Laurel & Hardy: The British Tours», libro che racconta il loro tour teatrale nel Regno Unito all’inizio degli anni’50.
Lì saranno relegati a esibirsi in teatrini periferici invece che sui palcoscenici riservati ai grandi, alloggiati in pensioncine dove si trascinano i pesanti bauli di scena da soli: ma Londra segnerà la risalita dalla china, consolidando poi in due settimane di sold out la rinascita di quella «meravigliosa follia», come dirà il loro agente fregandosi (di nuovo) le mani. Anche se sarà il loro canto del cigno.
Anche se privo di grandi guizzi registici – in più tratti emerge un tono televisivo dalla mano di Baird, noto infatti per serie prodotte da Scorsese e Danny Boyle – “Stanlio & Ollio” cattura grazie a una messa in scena sì attenta e precisa nella ricostruzione d’ambiente e nei toni, ma soprattutto affettuosa e ricca di umanità, che analizza la caduta dopo aver toccato la vetta in un ventaglio di sfumature. Pervaso da una malinconia sottile, amaro e commovente, il film si regge soprattutto sulle interpretazioni di Steve Coogan e John C. Reilly, performance che segnano una carriera. Azzeccata anche la coppia femminile delle consorti – irresistibile Shirley Henderson – i cui siparietti non sono da meno delle gag dei celebri mariti.
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