Il dedalo dolce e dolente del “canto dell’albatros” di Andrea Ricolfi

Dal matematico della Sissa un romanzo con protagonista una fotografa naturalista. Sabato la presentazione

Mary B. Tolusso
Un albatros in volo sul mare
Un albatros in volo sul mare

Il freddo a volte è uno stato mentale, uno stato interiore. C’è chi fatica a esprimere il calore di un sentimento e di solito dipende dalla formazione di ognuno. Emma Hayes è un tipico personaggio freddo, ma di quel freddo che brucia. Solitaria, raminga, è la protagonista de “Il canto dell’albatros” (Garzanti, pag. 192, euro 17), ultimo romanzo di Andrea Ricolfi, che sarà presente alla Libreria Lovat domani (alle 18) in dialogo con Alessandro Mezzena Lona.

Torinese di nascita, Ricolfi da molti anni è docente di matematica alla Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati. Ed effettivamente il suo romanzo ha una precisione matematica per la struttura del testo e la capacità di sintesi. Sa raccontare con forti risonanze evocative, senza spendersi in centinaia di pagine.

Emma ha una storia alle spalle, ma noi la incontriamo già adulta, quarantenne, fotografa professionista per “Life”, una rivista dove lei si occupa di animali in estinzione. La sua passione consiste nell’andare a immortalare in giro per il mondo tutte quelle creature che a breve si estingueranno, come l’albatros. Sarà per questo, forse, che nutre un’immediata simpatia per Louis Drake, incontrato casualmente per strada, mentre veniva buttato fuori da un locale.

Lui ha settant’anni e ne ha spesi quaranta in carcere. Uscito da poco, si colloca nel mondo come una sorta di animale in estinzione, non sa usare un cellulare, non conosce alcun marchingegno tecnologico, soprattutto non ha più idea di come ci si relazioni con gli altri. A differenza del carcere, la vita fuori è piena di scelte da dover compiere e questo a Louis crea molte difficoltà. Insomma, se oggi tutti comunicano con tutti, lui non riesce a comunicare con nessuno. L’unica persona in grado di agganciarlo è Emma che gli offrirà un lavoro come badante della madre.

È il punto in cui si entra nelle rispettive vite, quelle di due persone, per diversi motivi, abituate alla solitudine. Lo stato di isolamento dei personaggi è uno dei temi principali, la fatica a relazionarsi, la paura, vite simili in fondo, entrambi preda di un mondo in cui si sono sempre sentiti fuori posto. Dall’incrocio dei loro destini inizia anche una risalita, a passi lenti un lento agire che li porterà a rivelare i loro segreti, ad accogliere l’altro. E c’è un grande amore, di quegli amori spezzati ma non conclusi.

Ricolfi muove i personaggi in una dimensione sofferente, ma sempre permeata da una delicatezza interiore. Di grande evocazione le pagine dedicate alle riprese dell’albatros, quando Emma partirà per le isole Galápagos per filmare da vicino il grande volatile. Riuscirà a catturarne l’immagine, proprio mentre l’albatros attende una compagna che non giungerà mai. Dietro al profilo di Emma c’è un’infanzia abusata dalle violenze psicologiche della madre, soprattutto c’è un’intelligenza fuori norma, quella di chi capisce da subito che le fiabe sono il contrario di ciò che ci riserva la vita. E c’è pure un mistero, una sorella che se n’è andata quando Emma era bambina e di cui si sono perse le tracce. Proprio questo filo della storia – non conclusa – ci fa sospettare la possibilità di un sequel.

Emma diviene, dopo aver esperito un’infanzia infelice, un’esploratrice di anime umane, così come è attratta dagli spazi profondi dello spazio. È un soggetto che in fondo si deve difendere, proprio per la sensibilità di vivere gli assoluti (godibilissima, per esempio, la tirata contro chi sa voltare pagina), motivo per cui si allontana (cioè si difende) da chi ama. Vive in una baita che si affaccia sul Pacifico, ama la costellazione dell’Idra la cui stella più luminosa è chiamata “La solitaria” ed ama un uomo che non vede più da anni.

“Il canto dell’albatros” è un dedalo tormentato ma dolce di questioni seducenti, la solitudine, il dolore, il riscatto, la paura, la natura, la morte, affrontati senza voli retorici, ma come l’albatros con voli piani e bassi a restituirci le difficoltà dell’esistere. La vita insomma. Come scrisse John Williams: «Senza queste cose, l’uomo non sarebbe che parole o ciò che va dicendo».

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