Il critico letterario? In via di estinzione, specie da proteggere

Di una "crisi" della critica letteraria si parla ormai da alcuni decenni. Nel 1993 usciva un libro di Cesare Segre significativamente intitolato “Notizie dalla crisi” (sottititolo: Dove va la critica letteraria?). Ora Giulio Ferroni pubblica per i tipi di Salerno Editrice un vivace pamphlet dal titolo “La solitudine del critico. Leggere, riflettere, resistere” (pagg. 80, euro 8,90).
L'ultimo verbo, «resistere», è forse quello più significativo. Perché l'autore, professore emerito di Letteratura italiana alla Sapienza di Roma, identifica nella critica letteraria una fondamentale attività di resistenza al pensiero sempre più appiattito, sino a diventare "pensiero unico", che oggi tende a caratterizzare il mondo della comunicazione e dei consumi culturali. «L'ipertrofia della comunicazione e dell'universo culturale mette in difficoltà ogni tipo di critica, scalza ogni pretesa di controllare il panorama, di interpretarlo e di giudicarlo, secondo quella che è stata l'aspirazione che nei secoli ha guidato le più diverse forme di conoscenza e di coscienza critica: e questo vale anche per l'ambito più parziale della critica letteraria».
Ricorda Ferroni: «Quando mi sono affacciato sul mondo della letteratura, la critica sembrava ancora avere un suo non marginale prestigio, mentre lo spazio culturale, pur nella sua vastissima espansione quantitativa, non sembrava suscitare nessuna ansia per la sua incontrollabilità». L'autore, che è nato nel 1943, aggiunge a proposito del suo primo periodo di attività: «In quegli anni della mia formazione, la critica letteraria aveva insomma un non trascurabile rilievo pubblico: suscitava dibattiti che apparivano al centro dello spazio culturale; le questioni che scaturivano da quei dibattiti chiamavano in causa lo stato del mondo contemporaneo, le tendenze essenziali del presente, i segni di un destino».
Da allora, però, le cose sono cambiate, parallelamente all'affermarsi di quell'ipertrofia produttiva tipica dell'editoria di massa, al punto che in pochi oggi sarebbero pronti a riconoscere a questa attività un ruolo centrale nel dibattito pubblico. Dunque, non possiamo far altro che constatare la marginalità di un lavoro, quello del critico, sempre meno riconosciuto? Oppure dobbiamo lottare per riaffermarne il ruolo nel campo della cultura? Ferroni apre a un cauto ottimismo: «Se la crisi è coessenziale alla critica, la gravità della crisi attuale può condurla a ricavare forza dalla propria stessa insufficienza». In altre parole, lo stato di incertezza e di indeterminazione in cui essa si trova attualmente può essere la premessa per una sua rifondazione su nuove basi, affinché ritrovi una spinta propulsiva da cui l'intero sistema culturale non potrà che trarre giovamento. —
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