Il massacro di Srebrenica della bosniaca Zbanic «Generazione cancellata»

VENEZIA
Sembra già candidarsi a qualche premio “Quo Vadis, Aida?”, il film della regista bosniaca Jasmila Zbanic che immerge il pubblico nel massacro di Srebrenica a venticinque anni da quell’orrendo genocidio. La regista, in concorso alla Mostra di Venezia e già Orso d’Oro al Festival di Berlino del 2006 con “Il segreto di Esma”, racconta puntualmente i fatti del luglio 1995, quando l’esercito serbo trucidò 8327 musulmani bosniaci nei pressi di Srebrenica, sebbene fosse stata dichiarata zona protetta dall’Onu, quasi sotto gli occhi delle truppe olandesi di stanza in quella base. La regista però sceglie di allontanarsi dall’approccio documentaristico e di costruire un solido impianto drammaturgico attorno alla figura di Aida (Jasna Ðuričić), traduttrice per l’Onu. Quando l’esercito serbo entra a Srebrenica e decine di migliaia di cittadini fuggono verso la base (riusciranno a entrare in cinquemila, mentre venticinquemila resteranno accampate fuori), Aida cerca di mettere in salvo il marito e i due figli, mentre il generale del contingente olandese tratta col generale serbo Ratko Mladić (Boris Isaković) un accordo che si rivelerà non un corridoio di salvezza per i civili, ma una condanna a morte.
Il film della Zbanic ha il merito di sintetizzare gli eventi senza semplificarli troppo, rendendo palpabile l’incubo di quei giorni anche attraverso il rumore assordante e pervasivo della folla, le scene di massa che riescono, tuttavia, a non spersonalizzare le vittime, e un pathos crescente che sfocia in un finale simbolico, rivolto alla speranza nelle nuove generazioni.
«Questo film è dedicato alle donne che hanno perso figli, mariti e gli uomini che amavano», ha dichiarato la regista. «Una generazione intera è stata cancellata. Sono sopravvissuta alla guerra di Sarajevo e so che a scuola ci riempiono di bugie sulla guerra con dichiarazioni politiche che portano facilmente le persone al conflitto. Volevo raccontare i fatti in maniera diversa, identificandomi con una di quelle donne». Il film denuncia le mancanze dell’Onu, che non si oppose realmente al massacro: «Ho cercato di avvicinarmi a tutti coloro che erano coinvolti nella storia. Alcuni non hanno voluto parlare, ma ho incontrato molti militari delle Nazioni Unite, chi si è occupato della relazione finale su Srebrenica, i sopravvissuti. L’Onu aveva una missione di protezione della popolazione anche con le armi, ma non hanno sparato una sola pallottola. Chi era al comando poteva forse fare qualcosa, ma ci sono state delle limitazioni politiche. Le truppe olandesi non sono state empatiche con i cittadini, avevano invece molti pregiudizi verso i musulmani bosniaci». Questo film però, specifica, «non è contro le Nazioni Unite: abbiamo bisogno di un’istituzione di questo tipo che oggi forse non saremmo più in grado di creare. Ma dobbiamo renderla migliore».
L’attore serbo Boris Isaković ha accettato la sfida difficile di incarnare Mladić e la sua fredda ferocia. «Se nella ex Jugoslavia ci saranno dubbi sulla verità, su cosa è vero e cosa no in questo film, basta andare a rivedere su Youtube i filmati del generale Mladić», ha detto l’attore al Lido. «Le parole che pronuncio sono quelle esatte dei filmati del 1995: ho cercato di mantenere il mio personaggio estremamente realistico». —
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