Il Museo letterario? Non mette in vetrina i libri ma ricrea un’atmosfera

Lo spazio a Palazzo Biserini dovrà catalizzare tutte le iniziative per valorizzare gli autori triestini Metodi tradizionali e piattaforme multimediali e poi oggetti, ricostruzioni, suggestioni 

il progetto

RENZO S. CRIVELLI

Turismo culturale a Trieste. Mai come in questi ultimi tempi la città sta vivendo un periodo di grande fervore, che sta incrementando considerevolmente il numero di persone che desiderano visitarla per il suo spessore letterario. È un momento magico: l’accoglienza sta anche decretando una nuova capacità ricettiva. Il turista arriva qui con uno schema in testa, giunge in una città magica, che custodisce uno straordinario patrimonio letterario. È nato, per esempio, il primo Hotel letterario, che si ispira apertamente a ogni forma di richiamo legata agli scrittori o agli artisti che qui sono nati o hanno soggiornato (da Winkelmann a Stendhal a Mahler e su su fino a Svevo, Kosovel, Stuparich, Joyce, Saba, Tomizza, Magris, per citarne solo alcuni). Sta nascendo un Museo Letterario, che darà spazio a tanti di loro (non potrà darlo a tutti, tanti sono) e che sarà un fiore all’occhiello del Comune. Nel solo caso di Joyce, il grande scrittore irlandese che qui passò undici anni della sua vita, per fare un esempio, sono attualmente otto i locali (bar, hotel, bed and breakfast) che si rifanno a lui e che attirano clienti internazionali. Dall’Hotel Victoria all’Hotel James Joyce all’Hotel 933, dal bar Joyce ai bed and breakfast Joyce e Svevo, Studio di Joyce, il Sogno di Joyce, la Sesta A.

autore di richiamo

Non c’è che dire: la consapevolezza che un autore letterario funge da richiamo per i turisti culturali si è fatta strada nel tempo, e ha raggiunto questi livelli, molto soddisfacenti. Perché quando la letteratura sa dare spazio al commercio dell’accoglienza vuol dire che si è chiuso un cerchio importante, che si è metabolizzato un processo virtuoso. E il Museo Letterario, che sta sorgendo al piano terreno di Palazzo Biserini (sede storica della Biblioteca Civica, dove speriamo che torni presto il sistema centrale di distribuzione), deve fungere da catalizzatore di tutto questo processo circolare.

Creare un museo letterario non è una cosa semplice. Alla base di questa esperienza, storicamente parlando, c’è la domanda fatidica: “Si può esporre la letteratura?”. Certo, la musica va eseguita, la letteratura va letta. Certo, alla base di un simile museo c’è un progetto che deve sovrapporre un luogo reale a un luogo immaginario. Dunque, cos’è un luogo letterario? Un luogo in cui si deve ricostruire “uno spazio fisico e mentale dove l’autore ha vissuto e ha assorbito l’atmosfera che l’ho ha portato a scrivere le sue opere”, come ricordano A. Kahrs e M. Gregorio in “Esporre la letteratura” (Bologna 2009).

l’entourage

Quindi si deve ripristinare in un simile museo quella stessa atmosfera che ha ispirato un autore o più autori.

Un problema annoso, questo, che risale ai primi esperimenti specifici, riconducibili al 1976, quando è nato l’Iclm (International Committee for Literary Museums) cui è spettato il compito di identificare la specificità di un museo letterario. Che deve innanzi tutto rispondere alle esigenze del visitatore. Infatti non è possibile limitarsi all’esposizione di libri e oggetti nelle vetrine, occorre inserire un autore nella cornice della sua città (esempio: la Trieste di Joyce, il sentiero di Rilke a Duino).

Dunque bisogna progettare una rappresentazione del suo “entourage”, con una particolare ricostruzione dei suoi personaggi (anni fa a Trieste ci fu a Palazzo Costanzi una mostra che ebbe un incredibile successo, quasi 15.000 visitatori, intestata a “Le donne di Giacomo”, ovvero alle donne di Trieste che Joyce amò). Perché, ci dicono gli esperti, “l’attenzione del visitatore va tenuta accesa da strategie tipiche dei negozi”. Gli allestimenti devono essere chiari e attrattivi (nulla può essere improvvisato).

spirito ludico

Ma come esporre adeguatamente la letteratura? Ci sono studi interessanti a questo proposito. Occorre, per esempio, ricorrere a percorsi “variegati”, non razionali e in successioni cronologiche. Bisogna sollecitare nello spettatore “uno spirito ludico”. Occorre utilizzare tutte le meraviglie delle piattaforme multimediali abbinando il tutto a metodi tradizionali. In questo contesto il visitatore cercherà gli oggetti degli autori, se ci sono scrivanie, abiti, reliquie, scorci di paesaggi (la libreria di Svevo ma anche, virtualmente, il piccolo Belvedere del Castello di Duino per Rilke). Cercherà il potere evocativo virtuale degli oggetti (quelli che si possono riprodurre). E le ricostruzioni, anche fittizie, di “ambienti” saranno gradite a livello emotivo (un angolo dello studio di Joyce in via Bramante di cui abbiamo foto e descrizioni).

le voci

Anche l’aspetto “fonico” in campo letterario va recuperato: le poesie di Saba dette da lui medesimo, la voce registrata di Fulvio Tomizza, una riflessione emozionante di Magris... Infine, un particolare settore va potenziato: il rapporto fra descrizione e luogo reale (altro esempio: le immagini del Giardino Pubblico e la loro trasfigurazione nelle parole di “Microcosmi”. )

Per “esporre la letteratura” non si potrà prescindere anche dal collegamento fra gli autori e i luoghi reali che si trovano in città, fuori dal Museo Letterario. La casa natale di Svevo in Viale, le vie cantate da Saba (l’Erta o via del Lazzaretto), la via Rossetti che vede operare gli sposi di Tomizza, il Passeggio Sant’Andrea dove si incontrano i protagonisti di “Senilità”, il Mausoleo di Winckelmann). Non solo, ma oggidì, un Museo Letterario deve saper rappresentare la propria cultura, quella da cui trae origine, ma, allo stesso modo, deve sapersi proporre come luogo di culture diverse. —



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