Il nuovo Pinocchio è fedele alla favola ma il suo messaggio sembra sovversivo



Dopo Giambattista Basile, che nel 2015 era stata la fonte d’ispirazione per la sua versione del “Racconto dei Racconti”, Garrone ci riprova con Collodi, portando sul grande schermo uno dei più tradizionali romanzi della letteratura italiana: Pinocchio. Un progetto ambizioso almeno quanto rischioso, dove più volte in passato molti hanno fallito (tra questi Benigni, che qui torna vestendo i panni Geppetto). Al regista romano il merito di averci pensato e anche strenuamente provato.

L’idea di rivisitare la favola oggi, nel 2020, nel bel pieno della debacle socio-culturale in cui ci troviamo immersi, suggerisce l’intento di voler riflettere su ciò che siamo: un paese di burattini che non conosce la cultura e disprezza la solidarietà, sordo a qualsiasi appello della coscienza (il grillo parlante) e presa a inventare ogni possibile sotterfugio pur di tirare a campare fregando il prossimo (il gatto e la volpe). E, sulla carta, nessuno meglio di Garrone, avrebbe potuto affrontare una materia che presenta risvolti anche potenzialmente scuri. Proprio lui, l’autore più “dark” del nostro cinema, colui che ha fatto delle metamorfosi del corpo uno dei temi cardine del suo pensiero. La storia di un burattino che vuole diventare bambino e poi uomo, e che per realizzare il suo sogno è costretto a passare attraverso un lungo percorso di formazione, sembrava calzargli addosso alla perfezione.

Ma il “Pinocchio” di Garrone fatica a andare oltre la trasposizione per immagini, fedelissima al romanzo quanto monodimensionale. Personaggi e accadimenti sono snocciolati uno ad uno in una sorta di compendio scolastico, senza un reale sforzo di avventurarsi in un’interpretazione più personale e originale del testo. Il paese dei balocchi e i carabinieri, Lucignolo trasformato in ciuchino, Mangiafuoco e la Fata Turchina, alla quale si associa uno dei momenti più riusciti e visionari del film, in una casa abitata dai fantasmi, quando l’immaginazione (un po’ gotica) viene finalmente lasciata libera di andare.

Non c’è traccia delle note più tragiche e disperate della filmografia garroniana, al netto di qualche rimando al “Racconto dei racconti”, i cui riferimenti al contemporaneo, però, trasfigurati in un’affascinante chiave fantastica che reinterpretava l’immaginario segnato dal “Trono di Spade” in chiave italiana, era molto più evidente e risolta. Ritroviamo però l’attenzione alle scenografie, al make-up e ai costumi, tutto artigianale (più Terry Gilliam che Del Toro), alle architetture e alle location, sempre legate alla nostro territorio (soprattutto al Sud e in Toscana) stavolta forse meno integrate nella storia, con l’inevitabile effetto “cartolina” che ne deriva. L’atmosfera favolistica pura, insomma, luminosa e bucolica, si addice poco a Garrone, più a suo agio in una cifra di impianto realista, nella rilettura della cronaca nera e nella perlustrazione degli anfratti più tormentati dell’animo umano. Persino gli attori, in passato un punto di forza (basti pensare che si deve a lui la scoperta e l’“invenzione” di due grandi interpreti come Aniello Arena e Marcello Fonte), sembrano invece diretti frettolosamente, quasi si dovesse rispettare una tabella di marcia con capolinea al Natale. Resta comunque un fatto: che una favola pedagogica che nel 1881 insegnava quasi scolasticamente i precetti (borghesi) dell’uomo perbene, che passano per lo studio, il lavoro e il rispetto degli altri, oggi assume tratti quasi sovversivi. E questo ha un che di miracoloso. —



Riproduzione riservata © Il Piccolo