Il poeta-soldato bosniaco Faruk Šehić vince il Camaiore

Combattente nel conflitto balcanico è autore della silloge “Ritorno alla natura”  (Edizioni Lietocolle) e del romanzo “Il mio fiume”



Ha vinto il poeta-soldato Faruk Šehić la XXXI edizione del Premio Internazionale Camaiore. Aveva 22 anni, Šehić, quando lasciò l’Università di Zagabria per rientrare velocemente in Bosnia-Erzegovina.

Il presidente bosniaco aveva annunciato il referendum per creare uno Stato indipendente dalla Federazione jugoslava. Il resto è storia. Storia che come sappiamo ha avuto il carattere di un conflitto globale.

Lo spiega bene la poetessa Giovanna Frene, nell’occasione curatrice della raccolta in versi vincitrice del premio, “Ritorno alla natura” (Edizioni Lietocolle, pag. 120, euro 15,00) per la traduzione di Ginevra Pugliese. Vi è una data che per certi versi chiude il ’900 e apre il 2000. Non è l’attentato alle Torri Gemelle, ma il 7 febbraio del 1992 quando, oltre alla nascita dell’UE «allo stesso tempo – osserva Frene – a Graz, nel cuore dell’Europa, in una riunione segreta i rappresentanti della comunità serba (il mondo bizantino e ortodosso) e della comunità croata (il mondo occidentale e cattolico) decidevano a tavolino la spartizione del territorio bosniaco secondo criteri etnici. E anche la città famosa per la sua ricchezza multietnica, Sarajevo, fu il primo teatro di scontri».

Una guerra seguita dai media, si credeva con una certa oggettività. Ma non è stato così e negli anni la letteratura ha sopperito a questa ambiguità mediatica. Il poeta bosniaco è una delle voci più autentiche, in tal senso, complice una certa passione per Ungaretti, il suo verso è nitido nell’evocare gli orrori e le devastazioni della sua terra. Lui che ha combattuto al fronte e ha visto molti compagni cadere come Redžo Begić, quando “il blu del cielo/si addensava nelle sue labbra”.

Di Šehić in Italia c’è un’altra considerevole traduzione, il romanzo “Il mio fiume” (Mimesis), una narrativa lirica e tagliente, spesso alimentata da ossimori tra una dimensione mitologica e una tragica, scritto a vent’anni dal conflitto e dove ammette quanto tutto si ripeta, le nazioni mattatoio, le fosse comuni «e in tutto questo le città non se la passano mai bene… Il mio sangue è il contributo a questa storia». La raccolta in versi procede al di là di quel tempo, ma con lo stesso sottofondo di “abitudine alla morte”, anche se la guerra è trascorsa, tra le rovine delle città dove ancora oggi, nei bar, la guerra non è mai finita. Šehić compie i suoi affreschi con un preciso obiettivo, la distanza tra ciò che vive e ciò che muore, tra l’immortalità di una natura che leopardianamente osserva quasi indifferente e la mortalità dell’uomo. —



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