Il primo diario sul lager di Vasari esce in spagnolo in Argentina

TRIESTE Nel 1945, per la casa editrice di Milano “La Fiaccola”, fondata da Ferruccio Parri, usciva il primo libro apparso in Italia sull’esperienza del campo di concentramento. Il memoriale era “Mauthausen bivacco della morte” e lo firmava il triestino Bruno Vasari, rientrato dal lager dopo la fine della guerra. Vasari, funzionario dell’Eiar, da cui era stato licenziato per motivi politici, in seguito a una delazione, nel 1943, appena liberato e ripreso il lavoro alla Rai, aveva sentito forte “l’urgenza della memoria”, il bisogno di testimoniare le terribili condizioni di vita nel campo di concentramento. Il suo libro, un modello che stimolò altri memoriali, viene ora tradotto in spagnolo in Argentina come “Diario de Mauthausen”, primo libro di una nuova collana pubblicata dalla casa editrice dell’Universidad Nacional de Rosario con il Museo Internacional para la Democracia, nella traduzione di María Gabriela Piemonti, italianista dell’ateneo.
Alla figura di Bruno Vasari, allievo del liceo Dante, amico di Giani Stuparich, poi laureato in giurisprudenza, è dedicato uno degli approfondimenti del Piccololibri in edicola domani con il quotidiano: sette pagine sulle storie, i libri, i personaggi in particolare di Trieste, Gorizia e Monfalcone, all’interno di Tuttolibri della Stampa. Quello sulla prigionia a Mauthausen fu, per Vasari, l’inizio di un’instancabile attività testimoniale, che si concluse con le ultime righe scritte la mattina stessa della sua morte, il 20 luglio 2007.
Il secondo focus del Piccololibri riscopre l’attività delicata e misconosciuta di una traduttrice e intellettuale triestina, poliglotta e cosmopolita, Lucia Morpurgo, che aveva sposato il figlio del console di Grecia, Paolo Stamaty Rodocanachi, e viveva ad Arenzano, in Liguria, dove il padre Giulio, importatore di famiglia ebrea di origine tedesca, aveva trasferito l’attività alla vigilia della Prima guerra mondiale. Era lei, Lucia, la donna, e la penna, dietro molta della indefessa attività di traduttore per Bompiani di Elio Vittorini tra il 1933 e il 1949 (ben ventisei i libri tradotti), che peraltro si guardava bene dal riconoscergliene il merito. Eugenio Montale, che pure ricorreva a lei, come Carlo Emilio Gadda, la definì la “negresse inconnue”. Lucia Rodocanachi è stata una protagonista della vita culturale italiana a cavallo della seconda guerra mondiale, non solo traduttrice ma artista e designer, amica di scrittori e pittori, come pittore e ceramista era il marito Paolo, “Cian” per gli amici. L’amicizia di Lucia con Bobi Bazlen è raccontata in un centinaio di lettere, fino al 1961, che testimoniano anche l’impegno di lui a farle avere traduzioni dagli editori.
La “cartolina” a Trieste questa settimana è firmata da Mitja Rabar, unico animatore italiano della squadra Disney, oggi in lavoro smart nella sua casa di Los Angeles sull’ultimo film del colosso dell’animazione, “Encanto”, ambientato in Colombia e centrato su una famiglia latinoamericana dai poteri magici. Partito dal Max Fabiani di Trieste, un paio d’anni all’Accademia di Belle Arti di Venezia, poi a Verona in una scuola che insegnava a usare il software di computer grafica Maya, Rabar ha iniziato la sua carriera a Parigi, lavorando alla Illumination MacGuff su due titoli fortunati come “Cattivissimo me” e “Lorax”. Subito sono piovute in contemporanea offerte da Disney, Dreamworks e Sony, ma l’animatore ha scelto di entrare a far parte della “macchina dei sogni” che ha creato i film di cui si era innamorato da bambino. Con la squadra della Disney Mitja Rabar ha vinto tre Oscar, per “Frozen-Il regno di ghiaccio”, “Big Hero 6” e “Zootropolis”.
Le pagine centrali dell’inserto raccontano la mostra del fotografo Elio Ciol nell’ex municipio di Casarsa della Delizia. Un allestimento inaugurato il 3 marzo scorso, per il novantaduesimo compleanno del pluripremiato maestro dell’obiettivo, e subito richiuso per la pandemia, che ora si vuole rendere fruibile almeno fino a luglio. Centoventi immagini, per la maggior parte inedite, in un arco di quasi trent’anni, dagli Ottanta fino ai primi anni Duemila, portano lo spettatore lungo gli itinerari visivi di Ciol, dal Mediterraneo all’Est europeo, dal Medioriente, alla Cina, alla Mongolia. Il titolo del percorso è “Respiri di primavera”, quei respiri del mondo ma soprattutto della campagna del suo paese, Casarsa, da cui il fotografo non ha mai voluto allontanarsi.
Completa lo sfoglio del Piccololibri la “triste Trieste”, ritratto in pillole della città attraverso alcuni dei suoi protagonisti, firmato da Eugenio Baroncelli nel suo “Libro di furti-301 vite rubate alla mia” appena uscito per Sellerio. —
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