Il suono di James settanta studiosi da tutto il mondo ne parlano a Trieste

Da domani l’evento promosso dal docente Leonardo Buonomo approfondisce il ruolo della musica nell’autore di “Ritratto di signora”



Henry James amava la poesia. Amava le arti figurative. Ma c’è un aspetto delle sue passioni che non è mai stato esaminato al pari delle altre: la musica. Eppure di musica nei suoi lavori ce n’è molta, senza contare i compositori che ci hanno restituito in note e canto le opere dello scrittore americano. È uno dei motivi per cui la Henry James Society, su proposta del docente di Letteratura angloamericana Leonardo Buonomo, si è data appuntamento a Trieste – dal 4 al 6 luglio – per il convegno “Il suono di James: la dimensione sonora nell’opera di Henry James”. Più di 70 studiosi di tutto il mondo saranno presenti per indagare il rapporto di James con la musica, studiosi del calibro di Donatella Izzo, Lawrence Kramer, Matthew Rubery. Gli appuntamenti si svolgeranno in tre diverse sedi, al Dipartimento di Studi Umanistici, al Museo Revoltella e al Conservatorio Tartini che ha aderito al progetto. L’iniziativa si avvale del sostegno della Missione Diplomatica degli Stati Uniti d’America in Italia e della Fondazione CRTrieste. Quindi, in quanti modi si può legare James alla musica? «Fa parte del suo mondo sin dall’infanzia – osserva Buonomo, attualmente anche Presidente della Henry James Society – Nella sua autobiografia, “Un bambino e gli altri”, James ricorda di aver assistito da piccolo a un concerto di Adelina Patti. Cita inoltre, con evidente piacere, diversi nomi di cantanti d’opera come Cesare Badiali, tra i preferiti anche di Walt Whitman».

James include molte scene musicali…

«La musica sottolinea punti chiave nella sua narrativa, come la scena in cui Madame Merle suona il piano in “Ritratto di signora” o nella parte conclusiva del bellissimo racconto “Occhiali”. Le opere di James hanno fornito ispirazione a numerosi compositori, tra cui l’italiano Salvatore Sciarrino, autore del songspiel “Aspern”. Il più noto adattamento musicale è “Il giro di vite” di Benjamin Britten. L’anno scorso, a New York, è andato in scena il balletto “The Beast in the Jungle”, ispirato al racconto omonimo, con musiche di John Kander».

James ha una scrittura raffinata, il suo lungo periodare, i suoi flussi di coscienza lo fanno assomigliare a una sorta di Proust americano, ma James ha avuto molta più popolarità tramite l’opera, il teatro, il cinema. Perché?

«La scrittura di James attraversa varie fasi nel corso della sua lunga carriera, dai ritratti di grande finezza ma agevole lettura come “Gli europei”, “Daisy Miller” e “Washington Square”, alla prosa labirintica dei romanzi del primo Novecento “Le ali della colomba”, “Gli ambasciatori” e “La coppa d’oro” e del libro di viaggio “La scena americana”, che mettono a dura prova la pazienza e la concentrazione del lettore ma arricchiscono enormemente chi arriva all’ultima pagina. Quando James si cimentò con il teatro il risultato fu devastante. Alla prima del suo dramma “Guy Domville”, a Londra nel 1895, James fu contestato per quindici minuti. Tuttavia, l’esperienza teatrale ebbe una enorme influenza sulla tecnica narrativa di James, portandolo a raccontare le sue storie e a presentare i personaggi attraverso una serie di scene drammatiche, come nel romanzo “Quel che sapeva Maisie”, messo in scena con successo da Luca Ronconi. Sceneggiatori e registi come James Ivory e Jane Campion hanno saputo cogliere gli elementi teatrali che, seppure in misura meno pronunciata, sono presenti anche nella prima parte della produzione Jamesiana».

Benjamin Britten è indubbiamente il musicista che più si è ispirato a James, anche con una certa audacia. Qual è il nodo che avvicina questi due artisti?

«A Britten si deve il più noto e più riuscito adattamento musicale di un’opera di James, “Il giro di vite”, che debuttò a Venezia nel 1954 e fa parte da molti anni del repertorio dei più grandi teatri d’opera del mondo. Britten compose in seguito un’altra opera, tratta dal racconto “Owen Wingrave”, che andò in onda sul secondo canale della BBC nel 1971. Per quanto riguarda “Il giro di vite”, penso che Britten sia stato attratto dalla complessità con cui James tratta il mistero del male. Non è un caso che Britten abbia composto anche “Billy Budd”, tratta dalla novella di Melville, che come il racconto di James si interroga e ci interroga sulla natura del male».

Qual è la forza che ci restituisce Britten?

«Britten e l’autrice del libretto Mary Myfanwy Piper, riescono mirabilmente nella difficile impresa di tradurre in azione, recitazione e musica l’ambiguità del racconto. Pur rendendo visibili e udìbili i fantasmi di Peter Quint e Miss Jessel, il compositore e la librettista mettono comunque gli spettatori nella condizione di scegliere se quelle presenze sono reali o frutto dell’immaginazione della governante. Britten, inoltre, affida allo stesso interprete la parte del narratore del prologo e di Quint, creando così ulteriori dubbi sull’affidabilità del punto di vista. Si aggiunga che queste due parti sono state scritte per una voce di tenore, andando contro la tradizione che affida al tenore il ruolo dell’eroe».

A proposito dell’omosessualità di James, non trova un po’ superflua la ricerca sull’identità sessuale di uno scrittore?

«No, perché le ricerche compiute negli ultimi trenta-quaranta anni illuminano aspetti fondamentali della scrittura di James, sottaciuti o censurati da biografi e studiosi delle generazioni precedenti». —



Riproduzione riservata © Il Piccolo