Istantanee sul Primo Maggio quel corteo più magro è bello come una volta

Umberto Laureni e Walter Böhm hanno fotografato quarant’anni di Festa del lavoro a Trieste Immagini in cui la cronaca si fa storia: fabbriche chiuse, l’Unità che non c’è più, i nuovi ospiti 

la testimonianza



La manifestazione del Primo Maggio nemmeno tanti anni fa riusciva a mobilitare e a portare per le vie del centro di Trieste 10 mila persone. Ora il numero di partecipa al corteo organizzato per la festa del lavoro si è notevolmente ridotto anche se i problemi sociali che vengono puntualmente denunciati dagli striscioni, dai cartelli, dai volantini dei manifestanti si sono fatti via via più drammatici.

Disoccupazione, precariato, aziende che chiudono o che ridimensionano gli organici, diritti negati, donne penalizzate, assistenza sanitaria che zoppica, futuro incerto, specie per i giovani. Ma un nucleo appassionato, duro, determinato costituito da operai, tecnici, impiegati, studenti, pensionati, disoccupati, non molla e continua a sfilare in nome delle libertà di parola e dal bisogno, della pace, dei valori costituzionali e della democrazia.

A queste persone che ogni Primo Maggio puntualmente si ritrovano alle 9 del mattino in Campo San Giacomo, due fotografi triestini hanno dedicato un libro di 160 pagine edito da “LiberEtà”. È zeppo di immagini realizzate nei cortei degli ultimi quarant’anni: garofani rossi, bandiere dello stesso colore, megafoni, slogan, ritratti del “Che”, tamburi di latta.

Umberto Laureni, ingegnere, già assessore della giunta di Roberto Cosolini, nonché consulente della Procura generale della Repubblica nelle inchieste sull’ecatombe provocata dall’esposizione all’amianto a Monfalcone e a Trieste e il geologo Walter Böhm hanno raccontato con i loro obbiettivi e la loro passione civile, i sentimenti, gli umori, le speranze presenti in queste manifestazioni. Ne è nato un grande affresco in cui la cronaca si fa storia. Il sindacato nazionale pensionati della Cgil ha colto questa opportunità e ha consegnato al futuro una memoria visiva che in caso contrario sarebbe rimasta in un cassetto o al più avrebbe costituito il motivo centrale di una mostra in qualche galleria.

«Un po’ alla volta, anno dopo anno, la cerimonia del Primo Maggio ha perso un po’ della sua solennità; per alcuni anche il suo significato ed è diventata qualcosa di diverso. E al tempo stesso - scrivono i due autori nella prefazione - ci ha fatto conoscere nuovi protagonisti: le donne, i giovani, i disoccupati, il movimento degli antagonisti, i migranti». Le voci dei manifestanti si sono così moltiplicate, quasi una Babele, secondo gli autori, in cui non mancavano prese di posizione contro i governi, contro i bombardamenti sull’ex Jugoslavia, sull’Iraq, sulla Siria.

La centinaia di immagini “raccolte” in 40 anni lungo le vie percorse dal corteo e divenute libro oggi, grazie al lavoro dei due autori, assumono il ruolo di preziose fonti per storici e ricercatori. Nelle fotografie si nota ad esempio la testata di un quotidiano che non esiste più e che nelle manifestazioni del Primo Maggio di tanti anni fa, veniva “tirato” e diffuso in un milione di copie. Si chiamava “L’Unità” e all’epoca era esibito nel corteo come fosse una bandiera, un simbolo di appartenenza. Era riposto in una tasca della giacca o dei blu jeans, o tenuto arrotolato in mano. Il quotidiano comunista era venduto dagli “attivisti” del partito sguinzagliati ai margini del corteo: erano le stesse persone che ogni domenica come strilloni lo diffondevano capillarmente nei rioni operai. Volontariato, militanza, orgoglio di lavorare per una grande idea, un movimento mondiale.

Oltre all’Unità e ai garofani rossi, la Festa del lavoro forniva mezzo secolo fa uno spazio politico di diffusione anche per i gruppi che affollavano la sinistra-sinistra, definita extraparlamentare. I giovani e le ragazze di Lotta Continua sfilavano in gruppo sotto un proprio striscione. Altrettanto avrebbero fatto di lì a qualche anno le femministe e gli ”autonomi”. Sfilava in gruppo compatto posto alla fine del corteo anche chi viveva precariamente nell’alloggio popolare di via Gaspare Gozzi: costruivano gruppo a sè stante gli psichiatri, gli infermieri e i “volontari” coinvolti nella rivoluzione di Franco Basaglia, forse l’unico frutto dolce del Sessantotto. E poi sfilavano i Consigli di fabbriche che a Trieste non esistono più come l’Isotta Fraschini, la Vetrobel, l’Aquila-Total, la Calza Bloch, la Vernici Veneziani Zonca, la Stock, la Smolars.

Umberto Laureni e Walter Böhm, negli ultimi anni hanno puntato i loro obiettivi su quanto di nuovo sta accadendo nel corteo e nella società triestina. Sono entrati in scena gioiosamente assieme ai genitori, bambini e ragazzini, giovani studenti, strumenti musicali e bandiere della pace. Si sono affiancati agli austeri militanti, e anche ai pochi che non hanno saputo o voluto rinunciare alle stelle rosse e alle falci e martelli esposti sui berretti di un esercito che tanti anni fa avrebbe voluto impadronirsi di Trieste per farla propria.

Vanno infine citate le ultime toccanti righe della nota redatta dei due autori. «Finita la manifestazione uno di noi portava un garofano rosso ai nonni che abitavano nel cuore di San Giacomo. Quando non ce l’avevano più fatta a camminare si erano accontentati di seguire da una panchina la partenza del corteo dalla piazza. Dopo era toccato al nipote andarli a trovare per raccontare com’era andata la sfilata. Anche se non era vero la descrizione era stata sempre entusiastica. “Il Primo Maggio non è mai ben riuscito come quest’anno”». —

Riproduzione riservata © Il Piccolo