Ivana ospite all’Hotel Tito profuga in una casa che non sarà mai più la sua

la recensione
La guerra nella ex Jugoslavia è un tema che gli scrittori faticano ad affrontare e gli editori guardano con sospetto. Perché raccontare, senza banalizzazioni, quello che accaduto nei Balcani dopo la morte del maresciallo Tito è difficile. Forse si tratta di una guerra troppo vicina, troppo recente, troppo ambigua. Per questo romanzi come “Hotel Tito” di Ivana Bodrožić, appena arrivato in libreria per Sellerio (pp. 177, 15 euro), sono preziosi.
Come forse solo Aleksandar Hemon prima di lei, Ivana Bodrožić riesce a raccontare quello che accadde dallo scoppio della guerra a oggi, illuminando sfumature complesse con una naturalezza, con una scrittura che restituisce la durezza e l’innocenza, l’orgoglio e la disperazione e la speranza che hanno attraversato quegli anni. E proprio come nei romanzi più autobiografici di Hemon, anche qui entriamo nel dramma politico e umano attraverso una porta piccolissima: a raccontare è una ragazza che, proprio come l’autrice, quando scoppia la guerra è solo una bambina. Una bambina di Vukovar che cammina avanti e indietro nel soggiorno di casa canticchiando una canzoncina sentita dagli amici: “Si sbaglia, si inganna chi proclama che la Serbia è debole”. “Non voglio mai più sentire quella canzone” dice il padre, “e ricordati di non parlarmi in serbo, noi siamo croati, maledizione!”.
È vero, Vukovar è una città croata, ma all’inizio degli anni Novanta è soprattutto una città cosmopolita, con una forte presenza serba, ma anche tedesca, magiara, italiana. È una città mitteleuropea, con un ceto culturale e mercantile ben radicato. È però anche una città chiave nell’avanzamento serbo e all’inasprirsi dei sentimenti nazionalistici l’aggressione è inevitabile.
I primi a sfollare sono i bambini, con la scusa di una vacanza estiva. Poi le madri, da sole, dal momento che molti mariti si rifiutano di accompagnarle per non essere scambiati per fuggitivi. Nessuno sa che non faranno più ritorno alle loro case, che l’Armata popolare jugoslava è pronta ad assediare la città e a cedere il passo ai paramilitari serbi, alle Tigri di Arkan e alle Aquile bianche. Nell’autunno del 1991 è ancora impossibile immaginare l’eccidio e l’esodo che arriveranno.
Ivana Bodrožić non racconta la guerra, racconta i profughi. Non quelli ammassati al confine di Trieste, in fuga verso l’Europa che sta a guardare senza capire bene da che parte stare. Ma i profughi con un nome, quelli che sopravvivono e si ritrovano consegnati a una vita di cui dovrebbero solo ringraziare.
La forza spiazzante di “Hotel Tito” sta proprio qui, nel raccontarci che non basta essersi salvati e stare meno peggio di altri, non basta avere un tetto e qualche kuna dallo Stato, non basta che i figli siano vivi per non impazzire. Il dramma dei profughi è molto più profondo. È una condanna a vita che affonda nel dolore di non poter più tornare, nella perdita della persona che eri, in una nostalgia fatale e in quel tremendo indennizzo che ricevi in cambio: una vita che non è la tua e non andrà mai bene.
La protagonista di questa storia è poco più che una bambina quando con la madre e il fratello ottiene alloggio in una camera dell’hotel Tito, l’ex Scuola di Politica a Zagorje, poco a nord da Zagabria, un luogo di contadini che guardano male questi profughi che vivono in hotel, hanno pensioni alte e videoregistratori. È una sistemazione provvisoria in cui finiranno per stare anni. Anni in cui la vita in un modo o nell’altro procede, le bambine diventano ragazzine e si innamorano, vogliono andare in discoteca il sabato pomeriggio, desiderano Levi’s alla moda e accendono candele per Kurt Cobain. Anni scanditi da lettere senza risposta al ministro della Difesa, al Presidente, chiedendo sempre la stessa cosa: un alloggio, il diritto a una stanza da non condividere, non essere dimenticati.
“Hotel Tito” è il racconto implacabile e autentico di un’adolescenza, che racchiude momenti come quello in cui la protagonista viene accolta in Italia con un progetto di vacanza per bambini di guerra e sentirà il padre della famiglia che la ospita dire: “la bambina jugoslava”, e lei, guardandolo nella maniera più seria e dura possibile, in un italiano stentato, lo correggerà: “Croatia, no Jugoslavia, bambina Croatia”. Ed è da questi dettagli che capiamo qualcosa di più grande: l’orgoglio di ogni etnia alimentato dai politici come un inganno, il terrore dei vicini di casa, il punto di non ritorno quando ci si è spinti troppo oltre in un eccidio cruento e si può solo perdere la ragione o ammazzarsi. Impazzire come i soldati jugoslavi che scoprono i primi orrori nelle cantine, ammazzarsi come chi si è salvato ma non si sente più dove dovrebbe essere. E soprattutto capiamo che la vera condanna dei profughi è quello che capita alla famiglia della protagonista: sopravvivere, ottenere un alloggio, per poi passare le notti a fissare le pareti di una casa che non sarà mai davvero la tua, di una vita che non è più la tua, senza che ti venga restituito niente, nemmeno i morti. —
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