Joyce, il pianoforte e il suono nascosto dentro la scrittura
Il forte legame dell’autore dell’Ulisse con la musica, gli accordi e il ritmo tra i temi al centro della 28ma edizione della Scuola joyciana al via da lunedì. Dagli strumenti nei bar alle citazioni dei concerti: il soundscape dell’irlandese

Come “suona” un pianoforte nella scrittura di James Joyce? Quanto è forte il legame dell’autore dell’Ulisse con il ritmo, gli accordi, le melodie? A queste, e a molte altre domande, daranno risposta le conferenze inserite nel programma della 28ma edizione della Trieste Joyce School, che si aprirà ufficialmente domani alla presenza dell'ambasciatore d'Irlanda in Italia Elizabeth McCollough.
Dal 1997 la Scuola - di cui sono organizzatori Laura Pelaschiar (Università di Trieste), John McCourt (Università di Macerata), Katherine O’Callaghan (Università del Massachusetts) e Ronan Crowley (KU Leuven) -, accoglie generazioni di studenti e studiosi nella città che Joyce definiva sua “seconda patria”.
Dal 29 giugno al 3 luglio la Biblioteca Stelio Crise ospiterà le conferenze (in inglese) aperte al pubblico e il reading della scrittrice nord-irlandese Lucy Caldwell. Mentre i seminari pomeridiani curati da Caroline Elbay (Ulisse) e da Sun-chieh Liang (Finnegans Wake) sono riservati ai soli iscritti. Parterre accademico stellare che, oltre agli organizzatori, comprende: Trisevgeni Bilia (Oxford), John Dredge (Dublino), Jeffrey Drouin (Tulsa), Thomas Gurke (Minneapolis), Shelly Harder (Oxford), l'artista Alexandros Karavas, Damien Keane (Buffalo), Erika Mihálycsa (Babeș-Bolyai), Vike Plock (Exeter), e Malcolm Sen (Amherst).
Tanti i temi che verranno affrontati. Oltre ai diari triestini di Stanislaus Joyce, c’è appunto anche il rapporto tra lo scrittore irlandese e la musica. Katherine O'Callaghan - che ha studiato alla Royal Irish Academy of Music e sta per pubblicare il suo saggio “James Joyce's Literary Soundscapes: Silence, Exile, and Music” -, terrà una conferenza dal titolo "Come suona un pianoforte nella scrittura di Joyce". A lei abbiamo chiesto di farci da guida nel mondo sonoro del genio irlandese.
«Il tentativo di Joyce, da “Chamber Music” a “Finnegans Wake”, di ricreare il ritmo, le armonie o gli effetti della musica attraverso la scrittura, sarà uno dei temi chiave della Trieste Joyce School di quest’anno - spiega -. Mercoledì 1° luglio sarò affiancata da Thomas Gurke che parlerà della “Poetica dell’Affettività musicale in “Sirene” e da Damien Keane che interverrà su “La fonografia e il Wake di Joyce”. Mentre giovedì, Erika Mihalycsa illustrerà il significato del suono nelle traduzioni di “Sirene”.
Nel mio intervento parlerò del ruolo del pianoforte nella Dublino del 1904 e di come differisca, ad esempio, da quello nei romanzi inglesi di Jane Austen. Nelle descrizioni di Joyce, a Dublino i pianoforti si trovano non solo nell’Academy of Music e nell’Antient Concert Halls, ma anche nei bar, nei bordelli, negli alloggi in affitto come nelle dimore più signorili. Alcuni personaggi insegnano e suonano il pianoforte per sbarcare il lunario. A Trieste, scrivendo l’Ulisse con un pianoforte in casa, Joyce dimostra di conoscere anche la “corporalità” dello strumento: in “Sirene” Simon Dedalus “muovendo piano i pedali, suonò un accordo triplo per veder gli spessori del feltro avanzare, e sentire lo smorzato cadere dei martelletti in azione».
Parafrasando Leopold Bloom, si può dire quindi che nell’opera di Joyce “la musica è ovunque”?
«In tutti i suoi aspetti, è certo una presenza ricca e pervasiva in tutti gli scritti di Joyce - chiarisce O'Callaghan -. Molti dei suoi personaggi sono musicisti, in particolare abbondano cantanti e pianisti. Joyce ne ha infuso la sua scrittura a ogni livello: allusioni, descrizioni di concerti e spettacoli, imitazione di strutture musicali come le fughe, con una profonda sensibilità verso gli aspetti sonori, orali e performativi della prosa. La società dublinese che Joyce ritrae è colta e aperta a tutti i generi: Folk song tradizionali irlandesi, musica classica, opera e operetta, music hall e canzoni popolari. I pensieri stessi di Leopold Bloom mentre si muove per Dublino il 16 giugno 1904 testimoniano l’acuta consapevolezza di Joyce della centralità dei suoni nella nostra vita quotidiana: Bloom non solo è in grado di riconoscere particolari arie d’opera, ma è anche attento ai rumori delle macchine tipografiche dei giornali, alle diverse lingue e accenti, e agli animali. È in grado di capire se un pianoforte è stato accordato o meno dall’ultima volta che ha visitato un bar».
Inevitabile, quindi, chiedersi cosa abbia significato per Joyce poter frequentare i teatri e le sale da concerto della “musicalissima” città di Trieste. «Il modo in cui Joyce scrive di musica riflette chiaramente la prospettiva di uno scrittore che la comprende sia come ascoltatore che come interprete - spiega ancora la docente Università del Massachusetts -. Nelle sue opere non è un’arte astratta, ma qualcosa di fisico, temporale e spesso collettivo. Durante la sua giovinezza, Dublino ospitava compagnie liriche in tournée, ma Trieste gli avrebbe poi fornito una gamma molto più ampia e pregnante di spettacoli ed esperienze».
Qual è dunque il tipico “paesaggio sonoro” dello scrittore? «Il “soundscape” joyciano - conclude O'Callaghan - è per me un brano in cui si verifica un suono e noi lettori possiamo individuarne la fonte, seguirne il movimento e assisterne alla ricezione. Ciò può avvenire ad esempio a livello naturalistico quando in “I Morti” i due protagonisti ascoltano, separatamente, un tenore cantare “The Lass of Aughrim”. I suoni si muovono attraverso i suoi testi anche come fantasmi, fuori dal tempo e dallo spazio, turbando il presente».
Detto che “Sirene” è l’episodio più musicale dell’Ulisse, resta da capire quale sia il modo per apprezzarlo al meglio. «Il mio consiglio è di leggerlo ad alta voce. Coglierne l’umorismo, la giocosità, la performatività. È possibile ascoltare le versioni audio del libro, ma incoraggerei i lettori a fidarsi della propria lettura interiore di un testo così peculiare. L’autore sta componendo suoni per lo spazio libero della mente, ed è proprio nella nostra mente che dobbiamo lasciarli fiorire».
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