Kamasi Washington a Gorizia il sassofonista signore di Youtube

È piuttosto raro per un musicista che si avventura per strade non propriamente commerciali ottenere milioni di visualizzazione su YouTube. Kamasi Washington, nato a Los Angeles nel 1981, costituisce un’eccezione alla regola. Il sassofonista e compositore statunitense, artista che può a pieno titolo definirsi “innovativo” e che vale la pena seguire, sarà al teatro Verdi di Gorizia domani alle 21, terzo appuntamento di “Musiche dal mondo-Gogo Jazz”, festival organizzato dal Circolo Controtempo in collaborazione con Glasbe sveta.
Washington, nella sua musica qual è il ruolo dell’improvvisazione e dell’ispirazione?
«Ogni sera, quando suoniamo, creiamo musica diversa. Durante il giorno ascoltiamo ogni genere di musica, anche sull'autobus. E siamo anche interpreti, certo. Per esempio, mi piace molto Edison: è naturale per noi fare delle sue interpretazioni, fa parte del nostro linguaggio musicale. Tutti siamo ispirati da qualcosa ma l'ispirazione musicale è più forte di qualsiasi altra forma, di gran lunga».
Lei si è esibito spesso con suo padre. Che influenza ha avuto nel farle intraprendere la carriera musicale?
«Un’influenza enorme. È colui che mi ha messo gli strumenti in mano, mi faceva ascoltare le musiche predilette. Ricordo che avevamo tanti libri e tanti strumenti per casa. Mi ha dato tutti i mezzi per diventare un musicista, il musicista che sono. Mi ha sempre influenzato e spinto a ricercare in profondità. Il mio essere musicista lo devo a lui».
Su YouTube i suoi lavori ottengono milioni di visualizzazioni. Come si spiega così tanto successo?
«Tu fai la tua parte, crei la musica, la lanci al mondo e poi la gente risponde. C'è un sacco di bella musica, ma non sempre viene apprezzata. Non credo che esista al mondo qualcuno che possa spiegare perché un ascoltatore preferisce un musicista a un altro. Penso però che tutti noi apprezziamo la musica che trasmette anche parte dei sentimenti e parte dell'essere del musicista: attraverso la musica, un artista parla di sé. Ma, riassumendo, non lo so davvero perché ho tanto seguito su YouTube».
La consacrazione è arrivata con “The Epic”. Non ha mai pensato, nel comporlo, che tre ore di musica, oggi, fossero troppe e scoraggiare così le vendite del disco?
«No, non l’ho mai pensato. Il mio obiettivo era unicamente quello di fare un buon lavoro. Tutte le parti di “The Epic” sono state necessarie per farlo diventare ciò che è. Non ho cercato nessun compromesso per rientrare in uno “standard” socialmente accettabile per quanto riguarda la dimensione musicale. È la musica che ti dice quanto deve durare: a volte sono tracce lunghe, a volte corte. “The Epic” ha avuto la lunghezza che serviva. E quando una musica piace, non è la durata che può influire sul gradimento. Alla gente non piace un pezzo perché è corto, piace perché è bello. Io cerco di farli belli, indipendentemente dalla lunghezza».
Tra i musicisti di oggi chi reputa particolarmente innovativo, originale?
«Ci sono molti innovatori sulla scena musicale in questo momento, molti sono miei amici: Miles Mosley, Ryan Porter, Terrace Martin, Brandon Coleman, Kendrick Lamar e Thundercat. Quest'ultimo è un vero innovatore: che gioca con le basi elettriche, scrive pezzi interessantissimi ed è proprio avvincente di suo, come “persona”. Negli anni ‘90 non era così di moda essere strano, diverso, originale. Lui lo è sempre stato ed è sempre stato coerente con la propria personalità eccentrica».
Qual è il primo obiettivo che si propone nel fare musica?
«Onestamente, non ho obiettivi. Mi piace fare musica e penso sia bello. È più che avere un obiettivo: mi aiuta a fare del mondo un mondo migliore. Voglio usare la mia vita per creare qualcosa di bello. Questo tento di fare. La musica è il posto in cui ho scelto di trascorrere la mia vita e tutti noi siamo chiamati, in circostanze diverse, a contribuire a questo mondo». —
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