La credibilità della democrazia si gioca il tutto per tutto nel risolvere le disuguaglianze

“Le disuguaglianze stanno scuotendo profondamente il capitalismo e la politica”, titola in copertina Bloomberg Businessweek, settimanale letto con attenzione negli ambienti finanziari di Wall Street (nel numero di fine maggio), per un’inchiesta sui grandi divari di ricchezza negli Usa e nel mondo. E coglie in pieno un tema cardine del dibattito politico ed economico negli Usa e in Europa. Per capire meglio, è utile leggere la “Breve storia della disuguaglianza” scritta per Laterza (pagg. 194, euro 18) da Michele Alacevich e Anna Soci, economisti all’università di Bologna, dopo avere insegnato alla Columbia di New York.
La teoria economica si è occupata poco del tema, lasciando spazio alle cosiddette dinamiche spontanee del mercato. Ma in tempi più recenti, gli effetti della globalizzazione e dei processi dell’economia digitale hanno sconvolto equilibri produttivi e sociali e tradizionali politiche di welfare, mettendo in discussione gli stessi valori della democrazia liberale. Occorre una profonda riflessione critica.
Gli autori citano una già vasta letteratura economica sul tema (le opere di Joseph Stiglitz, Jean-Paul Fitoussi, Dani Rodrik, Thomas Picketty, etc.), insistono sulle riforme sociali necessarie e sulle politiche attive, per esempio della Ue. E concludono: «Dipenderà da come risolveremo la questione della disuguaglianza, se riusciremo a dare un volto umano alla globalizzazione e a fare sì che la democrazia continui a essere un sistema politico credibile».
Una delle principali disparità riguarda le nuove generazioni. Come racconta Niccolò Zancan in “Uno su quattro-Storie di ragazzi senza studio né lavoro”, (Laterza, pagg. 112, euro 14). Sono un milione e duecentomila, in Italia, i cosiddetti neet (la sigla sta per not in employment, education or training). Hanno provato di tutto, dai lavoretti trovati dai centri per l’impiego agli stage mal retribuiti, dai mestieri precari in nero agli inutili corsi di formazione, prima di arrendersi al nulla. E proprio la loro resa è la conferma di un gigantesco spreco sociale e un durissimo atto di accusa a una società sempre meno inclusiva.
Anche la letteratura più sensibile sa affrontare bene il tema. Come in “Falsa partenza” di Marion Messina (La nave di Teseo, pagg. 173, euro 17). Lo scenario è la Parigi contemporanea, i protagonisti sono Aurélie, una ragazza della provincia francese e Alejandro, ricca famiglia colombiana, in cerca di stimoli esistenziali sulle scia dei miti della letteratura francese. Si incontrano, si amano, si scontrano, si logorano tra lavori precari, illusioni frantumate, disagi sociali in una metropoli in cui il futuro s’è fatto più incerto, più duro.
L’università non è affatto l’ascensore sociale in cui speravano, l’orizzonte stesso dei consumi è quanto mai fragile e comunque privo di valori, di profondi punti di riferimento sociale. Restano lo spaesamento, il dolore, il rancore. Dalle periferie, tutto sta maturando perché arrivino i “gilet gialli”, in confusa rivolta radicale contro disagi e disparità.
Delle disuguaglianze siamo stati a lungo vittime proprio noi italiani, i nostri emigrati, in Belgio, Germania, Usa, Canada. E in Svizzera. Come racconta Concetto Vecchio in “Cacciateli!” (Feltrinelli, pagg.192, euro 18): un libro forte e spiazzante, tra dati, storia sociale e dolenti memorie personali (bellissime le pagine dei ricordi della madre dell’autore). Non ci volevano, noi italiani, in Svizzera, anche se facevamo i lavori più umili e faticosi. Ci accusavano d’ogni tipo di reati. Dicevano «L’Italia è moralmente una fogna, quelli che vengono qui sono solo dei rifiuti». Promuovevano referendum per cacciarci: «Rimandiamoli a casa loro». E nascevano partiti razzisti e di estrema destra, con leader che sventolavano pistole da usare per regolare la überfremdung, l’eccesso di stranieri, noi italiani appunto.
Il libro di Vecchio scava, riscopre, racconta, ricostruisce una storia di umiliazioni e disprezzo. E di straordinaria dignità di uomini e donne che hanno resistito ai soprusi e hanno difeso famiglie e lavoro. Una storia da non dimenticare. —
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