La dittatura delle parole del “Terzo Reich” Romeo Castellucci apre oggi Mittelfest

L’installazione del drammaturgo nella chiesa di San Francesco a Cividale del Friuli è uno degli eventi più attesi  

l’intervista



Dell'artista dice «non è un prete, e nemmeno un dottore». Dunque il suo lavoro, «non indica una terapia o una soluzione». Quello, casomai, spetta a «giurisprudenza, vera politica, filosofi». Invece, «l'artista ripropone il sintomo, attraverso una forma che sceglie arbitrariamente. Nell'arbitrio sta la differenza, ma è questa la forza dell'arte». Così Romeo Castellucci, drammaturgo e regista di fama internazionale, fondatore della celebre “Societas Raffaello Sanzio”. Alla vigilia del debutto, oggi nella giornata inaugurale del Mittelfest di Cividale, dalle 15 alle 20 nella chiesa di San Francesco, della sua video installazione intitolata “Il Terzo Reich”, che promette di «inquietare, interrogare, persino scandalizzare». Apertura dalle 15 con ingresso contingentato di 20 persone in base all'ordine d'arrivo. Dodicimila parole saranno proiettate a velocità crescente (per 30 minuti), fino al parossismo,. «Tutti sostantivi del vocabolario italiano - spiega Castellucci – una valanga che rivela il lato violento del linguaggio, che soprattutto oggi e in certi ambiti diventa controllo della coscienza, controllo sociale, vero strumento di potere». “Il Terzo Reich” sarà in replica anche domani dalle 20 alle 23. Oggi il festival partirà con la cerimonia d'apertura alle 11.30, per chiudere con il concerto “Per un nuovo mondo”. Romeo Castellucci, che sta lavorando all'opera “Don Giovanni” di Mozart per il festival di Salisburgo e che riprenderà 'Bros', sul tema della polizia, nel 2021, dialogherà con il direttore artistico del Mittelfest, Haris Pašovic, alle 18, nella Chiesa di Santa Maria dei Battuti.

Da dove parte l'urgenza di approfondire l'aspetto violento del linguaggio?

«Anche il teatro greco - risponde Castellucci - riflette la crisi del linguaggio e ripensarci in quest'epoca non poteva che essere uno stimolo e un punto di partenza assolutamente necessario. Il linguaggio non è solo uno strumento, ma una condizione esistenziale, e in quest'epoca ancora di più, dato che la nostra vita ne è condizionata. Chi detiene le leve della comunicazione detiene il vero potere. Il linguaggio è una galera invisibile di cui adoriamo le sbarre».

“Il Terzo Reich” è un titolo pesante, ma non c'è alcun riferimento diretto al Nazismo...

«Certo, il titolo è il più pesante possibile, ma si tratta solo di un'allegoria. Non c'è nessun elemento nazista nell'installazione, nessun riferimento a Hitler. Il titolo è un innesco, che irradia una luce tenebrosa, totalitaria, assolutista. Si individua nella quantità delle parole, che vengono usate senza discernimento, una sorta di dittatura. Il risultato è anche politicamente molto inquietante, perché questo potere è regolarmente appannaggio delle destre e in generale delle visioni più intransigenti e razziste. Praticando il teatro, che è pessimismo antropologico, sono pessimista, ma come cittadino mi sforzo di essere positivo e di pensare che l'arte, il pensiero, la letteratura, certa spiritualità possono liberare la giornata di ciascuno di noi. Il riscatto può avvenire dalla ricerca di felicità in una dimensione personale».

A che cosa si troverà davanti il pubblico?

«A una video installazione preceduta da una sorta di performance introduttiva, un'azione del performer che accende il motore di questa rotativa di parole idealmente infinita, che da una parte è respingente, dall'altra ipnotica. Si gioca molto sulla persistenza dell'immagine sulla retina, ma anche sulla misura minima per cui un'immagine si può fissare nel cervello, circa un decimo di secondo. Con parole sparate a una velocità quasi impossibile, fino alla dimensione liminale in cui il cervello sfarfalla, tra la comprensione e la perdita».

Dove sta andando il teatro italiano e di che stato di salute godono i festival?

«È difficile rispondere perché il panorama entro cui ci muoviamo è completamente sfocato. Nessuno sa che cosa potrà succedere tra un mese e gli obiettivi si spostano in continuazione. Questa insicurezza, però, si deve trasformare in uno slancio creativo, non in lamentazione mortale. E i festival dovrebbero avere questa funzione propulsiva, perché hanno per loro natura un carattere di ricerca e sperimentazione». —

Riproduzione riservata © Il Piccolo