La festa del libro con gli autori apre le porte alla Fratellanza

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Pordenone ha un’aria da special protecion. Per le strade quasi tutti indossano la mascherina, non solo negli ambienti chiusi. La polizia sorveglia il mite traffico del giorno d’apertura del Festival, con tanto di rinforzi Aipi – le Interforze di polizie internazionali – muniti di polo azzurre brillanti e fredde. Le vetrine sono un po’ più disadorne rispetto agli scorsi anni, ma qualche commerciante trasgredisce l’immagine del Festival e con i guanti gialli non simula la scaramanzia delle corna, ma la forma della V, in segno di vittoria. Hanno ragione perché Pordenonelegge procede, non si ferma. Tutte le regole di sicurezza ovviamente sono rispettale e le sale dimezzate. Ma non importa. Anche il Festival, in tali circostanze, impone un momento di riflessione e tutto sommato è bella questa apertura più calma. Costringe a guardarsi in giro, a osservare le persone, la città, a riflettere sull’incontro appena visto senza buttarsi con troppo affanno nel prossimo. In fondo un Festival di letteratura non è un supermarket, per ora insomma c’è un po’ di meno coda alla cassa, ma maggiore verticalità d’approccio. E fa caldo. Molto caldo, erano almeno tre anni che la manifestazione non godeva di un tale clima e in questo caso sì, la mascherina è un po’ un ingombro. Ma nessuno si sogna di toglierla, nessuno tenta di respirare più liberamente all’incontro ufficiale, quello che ha inaugurato ieri l’apertura del festival, al Teatro Verdi, quest’anno affidata allo psicoanalista Massimo Recalcati. 360 persone in sala. Di più non si può. A dare il benvenuto i curatori del Festival, Gian Mario Villalta, Valentina Gasparet, Alberto Garlini e tutte le autorità politiche, il sindaco Alessandro Ciriani e i vertici della Fondazione: «Ce l’abbiamo fatta nonostante questo nemico vigliacco e invisibile – ha detto Michelangelo Agrusti – abbiamo dato un magnifico segnale di resilienza». E “resilienza” è anche il termine che usa il sottosegretario di Stato Andrea Martella, citando anche Adriano Olivetti per dire l’importanza del festival: «Il grande imprenditore diceva: se ho un problema tecnico mi rivolgo a un esperto, se voglio sapere come sarà il mondo tra 10 anni mi rivolgo a scrittori e poeti». Anche l’assessore regionale Tiziana Gibelli conferma l’importanza della manifestazione: «Ormai più rilevante di Mantova». Con il titolo “Fratellanza si apre quindi la XXI edizione di Pordenonelegge. Titolo ispirato all’ultimo libro dello scrittore, “Il gesto di Caino” (Einaudi). Recalcati confida di essere onorato di aprire la rassegna: «Sia perché tra tutti, questo è il festival che preferisco», dice «sia perché sono legato affettivamente al territorio, mia madre è friulana e ho trascorso l’infanzia nelle campagne di Maniago». La fraternità quindi è il tema della serata, quella difficile e obbligata relazione che non si può dare per scontata, piuttosto è da costruire giorno dopo giorno e la figura di Caino diviene emblema della complessità di questo rapporto: «Il gesto di Caino appare in modo inquietante profondamente attuale, basti pensare ai recenti omicidi». La violenza è un gesto profondamente umano, non una regressione animale, non uccidiamo quasi mai per sopravvivere: «Per capire la fratellanza dobbiamo interrogare il tragico gesto di Caino, alimentato da una ferita narcisistica. Abele è colui che frattura la coppia di Caino e sua madre. L’illusione di Caino è di essere figlio unico e l’unicità spesso è la via della violenza, pensiamo al nazismo e alla mitologia della razza unica». Come sostenne Freud, e gli stessi testi biblici, l’odio viene prima dell’amore: «Sta qui la convergenza tra psicoanalisi e la Bibbia. In tutti noi c’è un Caino che teme l’altro». Elemento tanto più attuale in tempi di pandemia: «Il Covid infatti ha messo in luce due volti dell’altro, come minaccia potenziale, ma anche come risorsa. La nostra vita non si salva senza l’altro. Se la libertà è disgiunta dalla solidarietà è pura astrazione». —
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