La parola come cura e antidoto alla violenza Lacaniani a confronto

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Riconciliare Lacan e Basaglia, la psicanalisi con la psichiatria anti istituzionale, grazie al potere della parola intesa come strumento per opporsi alla violenza del dolore, e del manicomio. Ruota intorno a quest’obiettivo il programma del secondo Convegno nazionale di psicoanalisi del Forum lacaniano in Italia, che sotto il titolo “La violenza e l’esilio. Il potere della parola” riunirà a Trieste una trentina di specialisti - psicanalisti e analisti, psicologi e psicoterapeuti, filosofi e scrittori - per una due giorni di discussioni e dibattiti pensata non solo per gli addetti ai lavori ma anche per chi voglia appropriarsi di alcuni strumenti psicanalitici per leggere meglio se stesso e il mondo che lo circonda. L’appuntamento, in programma a partire da domani alle 9 nell’aula magna di via Baciocchi 4, sarà aperto da una sessione introduttiva con gli interventi dello psichiatra basagliano e psicoanalista lacaniano Mario Colucci, dello scrittore Paolo Giordano e del filosofo Pier Aldo Rovatti. Seguirà una sessione dedicata a “La parola e la violenza”, con la psicanalista parigina Sol Aparicio. «Abbiamo scelto di trattare i temi della violenza, dell’esilio e del potere della parola non secondo l’approccio psicanalitico “da divano”, ma riportando la sofferenza soggettiva in una dimensione più ampia, quella che Freud definisce il “disagio della civiltà” - spiega Colucci -. Così la psicanalisi diventa lettura della società, un modo per parlare al mondo».
Significativo ai fini del suo obiettivo, sottolinea Colucci, è che il convegno si svolga a Trieste, porta d’accesso a inizio Novecento della psicanalisi in Italia, ma anche sede dell’esperimento basagliano e prima città al mondo a chiudere un manicomio e dimostrare che se ne può fare a meno. «Con l’adozione nell’ospedale psichiatrico del modello anglosassone di comunità terapeutica Basaglia si appropria di un metodo che fa della parola lo strumento necessario per opporsi alla violenza del manicomio - spiega Colucci -. La sua chiusura inizia così, con il “prendersi cura” della parola degli internati e del personale nelle assemblee della comunità terapeutica: dalla parola violenta, che stigmatizza e squalifica, si passa alla civilizzazione della violenza attraverso la parola, prima nell’istituzione e poi fuori».
La parola è un antidoto alla violenza, la parola è cura. «Per Freud - Colucci aggancia la psicanalisi - la cura è una “talking cure”, è la cura della parola. Ma come nell’antica accezione di “pharmakon”, da antidoto la parola può trasformarsi in veleno. Ne abbiamo esempio quotidiano nell’epoca attuale, in cui amplificata dal web, ma anche nei dibattiti televisivi, la parola diviene veicolo di violenza inusitata».
L’appuntamento ha il patrocinio dell’Università di Trieste e l’ingresso è libero. Programma completo su www.forumlacan.it —
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