La perdita della mamma porta Iva a immergersi in un mondo tutto suo



Esiste una corrente stilistica nella storia del cinema che, soprattutto dagli anni ’60 e anche seguendo l’influsso del “noveau roman”, ha voluto rinnovare radicalmente i meccanismi narrativi del film. Opere come “L’anno scorso a Marienbad”, registi come Buñuel, Kieslowski e Lynch ad esempio, hanno perseguito un modello di racconto che tende a sostituire al tempo oggettivo una diversa dimensione temporale, costruita su una dialettica interiore fra passato e presente, realtà e immaginazione.

Abbiamo scomodato questi illustri riferimenti perché riemergono spontanei vedendo “History of love”, ambiziosa e sostanzialmente riuscita opera seconda della slovena Sonja Prosenc, già regista di “Drevo” (“The Tree”), selezionato dal suo Paese per gli Oscar 2016. Anche questo nuovo lavoro della Prosenc - una coproduzione italiana (la Nefertiti Film del friulano Alberto Fasulo), slovena e norvegese, girata in gran parte in Friuli Venezia Giulia, realizzata con il sostegno del Fondo per l’audiovisivo e la Fvg Film Commission - si presenta con un buon “cursus honorum”, premiato al festival di Karlovy Vary dove ha ricevuto la Menzione speciale della giuria per meriti artistici, proiettato in anteprima italiana al 36esimo Torino Film Festival.

Film volutamente evocativo e di meditata qualità visiva, con un tempo indefinito che è appunto quello interiore trasferito sullo schermo, “History of love” è intessuto di immagini intense, rare parole, studiati suoni e rumori alternati a lunghi silenzi. Un sogno descritto con precisione realistica, un’atmosfera sinestetica di sensi dilatati fra città e bosco, terra e acqua, corpi e anime, per raccontare il dramma viscerale di Iva (Doroteja Nadrah, vista in “Class Enemey”), adolescente con un deficit uditivo, turbata dalla morte della madre musicista.

Iva è qui protagonista di un viaggio attraverso passato e presente, senso di colpa, amore, rabbia, dolore, che lo spettatore è chiamato a ricostruire, in un percorso autoriflessivo che può diventare anche il suo.

Veniamo a sapere un po’ alla volta che la morte della madre di Iva ha spezzato l’equilibrio precario che teneva insieme la famiglia, obbligando ora i componenti rimasti (Iva, suo padre e i suoi due fratelli) a cercare un modo per far fronte alla perdita. Negli spostamenti e negli sguardi della ragazza entra ed esce Erik (Kristoffer Joner), un direttore d’orchestra con cui la madre intratteneva una relazione extraconiugale. Iva decide di osservare e studiare l’uomo, arrivando a introdursi di notte nel suo appartamento mentre lui dorme. Una serie di eventi unisce i due nella ricerca di qualcosa nel fiume che scorre attraverso il bosco, mentre non si accorgono di essere seguiti a loro volta. Tutta la vicenda sembra sospesa in equilibrio su un filo sottile, che però non si spezza mai, invitando a riflettere in generale sulle inquietudini giovanili e un po’ anche su noi stessi.

C’è un’aria tormentata e autoanalitica di casa, in questo film girato fra Gorizia, Monfalcone e Marina Julia, e con l’attrice triestina Zita Fusco nel ruolo della madre scomparsa di Iva. —





Riproduzione riservata © Il Piccolo