La scuola che promuove tutti perpetua le differenze sociali
L’anno scolastico si è chiuso, ma la scuola continua a essere al centro del dibattito pubblico. Ed è giusto che sia così, perché ha a che fare con il futuro del Paese. Interviene sul tema, con un libro a metà tra il saggio e il pamphlet, Ernesto Galli della Loggia: “L'aula vuota. Come l'Italia ha distrutto la sua scuola” (Marsilio, pagg. 240, euro 18). Il sottotitolo del volume indica chiaramente la posizione dell'autore, autorevole storico e vivace editorialista. Galli della Loggia non ha dubbi: il nostro sistema di istruzione, dalle elementari all'università, versa in condizioni miserande, e le varie riforme che si sono succedute, dagli anni '70 a oggi, non hanno fatto altro che peggiorare progressivamente la situazione. La scuola italiana sarebbe divenuta nel tempo sempre meno esigente e selettiva, di fatto tradendo la propria vocazione democratica, perché una scuola "facile", che "fa passare" tutti, non fa altro che perpetuare le diseguaglianze sociali esistenti. L'«ideologia dell'inclusione» sarebbe insomma quanto di più nefasto per la scuola, i ragazzi, il Paese intero. L'autore rifiuta però l'etichetta di bieco reazionario, che qualcuno ogni tanto cerca di affibbiargli: «Chi critica qualunque novità introdotta in un'istituzione, chi si mostra scettico verso l'efficacia di una riforma o l'avversa alla radice, può benissimo farlo non già perché sia contrario per principio a ogni novità o a ogni riforma (cioè perché è un conservatore incallito), ma molto più semplicemente perché pensa che sarebbe stata meglio una riforma diversa».
Il volume ripercorre la storia della nostra pubblica istruzione dall'Unità ai giorni nostri, passando per il libro Cuore di De Amicis, la riforma Gentile, la Lettera a una professoressa di don Milani, i decreti delegati, fino alla controversa legge sulla "Buona Scuola", varata nel 2015 dal governo Renzi. Uno degli obiettivi polemici dell'autore è il dilagare di un pensiero pedagogico che negli ultimi anni ha sempre più fortemente improntato di sé la struttura, i programmi, le modalità didattiche e gli strumenti valutativi della scuola italiana. Certe teorie pedagogiche, spesso calate dall'alto, risultano talora più dannose che utili. Ciò accade quando si tende verso una sorta di abolizione di quella differenza tra scuola e società che fa della prima un luogo di libera elaborazione di pensiero e di formazione della persona e del cittadino.
Sono idee di questo tipo ad aver sostenuto, nella mente del legislatore, iniziative recenti, quale quella dell'alternanza scuola-lavoro, presente negli istituti professionali, ma anche in quelli tecnici e nei licei. Si tratta di una novità avversata da molti docenti, e forse non del tutto a torto. Se è giusta l'idea di favorire un'osmosi tra formazione e mondo del lavoro, di fatto tale progetto si traduce in qualche settimana in meno di lezione ad anno scolastico, determinando fatalmente un impoverimento del grado di approfondimento delle diverse discipline. Ma ancor più pericolsa risulta l'idea che il sapere in sé valga poco qualora non abbia un'immediata ricaduta pratica. Il rischio, così, è quello di subordinare lo studio a una visione utilitaristica della cultura, negando valore all'astrazione, alla riflessione, alla maturazione umana e civile che gli insegnanti cercano di portare avanti, giorno dopo giorno, in una scuola il cui tempo è prezioso proprio perché - come nella vita poi non accadrà mai più - si fanno anche cose belle e "inutili".
Si potrà anche - dicevamo - non essere sempre o del tutto d'accordo con Galli della Loggia. Tuttavia gli va riconosciuto il coraggio di affermare senza mezzi termini idee e concetti in netta controtendenza con il pensiero politicamente, e scolasticamente, corretto. E spingere il lettore a una riflessione approfondita e non convenzionale. —
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