L’anulare, imbrigliati in una relazione ossessiva

Maria Rosaria Valentini è scrittrice e poetessa, autore poliedrico quindi, ha pubblicato racconti per l’infanzia, romanzi (Sellerio) e libri di poesia. La sua ultima pubblicazione, “E il sonno non ha buio”, (Perrone, pag. 107, euro 15) è infatti una raccolta in versi, con introduzione di Nadia Terranova. Valentini si muove su diversi stilemi passando da un timbro ermetico all’haiku fino a un verso più filastroccato, di rodariana memoria, forse vicino allo Scarpa di “Una libellula di città e altre storie in rima”. A differenza del poeta veneziano qui in gioco non è la morte, ma qualcosa di affine, il tempo. Tempo esaminato nelle sue dilatazioni millimetriche, con uno sfondo fiabesco, spesso domestico, non per questo meno tragico: “Non c’è accordo/nelle note del tempo./Non c’è clemenza,/speranza,/indulgenza”, scrive, e dove la memoria rilancia la realtà pregressa delle attese. La natura rimane la star, senza orpelli, unico elemento di perfetta integrazione, testimone e “coro” di una nostalgica reminiscenza. Il suo consiglio: «Torno sempre a questo libro. Anche quando non vorrei. A tratti mi racconto di non possederlo e lo scavalco, lo ignoro. Ma non resisto troppo alla finzione. L’esile copia de “L’anulare di Ogawa Yko” (Adelphi) lo sa. Conosce la sua forza e la mia debolezza. Dunque mi costringe a cedere, afferrandomi per la collottola. Affogo così in una narrazione che ha un incedere allucinogeno. Qui non è la storia a irretire, ma l’atmosfera. Si precipita nelle falde di un incubo e il primo prepotente desiderio è legato alla speranza di una fuga. Si cerca subito l’uscita. Poi però si rimane: a osservare silenzi, separazioni, amputazioni, perdite. A sorpresa si rimane imbrigliati nei cardini di una relazione - tra la protagonista e il suo datore di lavoro - che indossa i panni asfissianti e inaccettabili dell’ossessione, della sudditanza. L’autrice - con disinvolta esplorazione di nicchie sotterranee - mi porta a terminare la lettura. Ogni volta. E quasi mi convinco di essere su una tavola di Hieronymus Bosch».
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