“L’assassinio di via Malcanton” torna con i misteri di Trieste

Giuliana Iaschi ripropone in una nuova edizione pubblicata da Le Lettere il giallo che mischia amore morte e loschi interessi



Gli uomini dispongono di infiniti mezzi per nuocere a se stessi e agli altri. E Roberto Gerbin, protagonista del giallo che Giuliana Iaschi ripropone in “L’assassinio di via Malcanton” (Le Lettere Scarlatte, pagg. 315, euro 15,00) pur constatandolo ogni giorno con i pazienti in analisi sul lettino da psicanalista, scoprirà a sue spese di non fare eccezione rivelandosi umano, troppo umano. Accade perché non solo nella capitale sbocciano i fiori del male, e nella Trieste del 1983 immersa nel pieno dell’epoca Basaglia, quando il facoltoso antiquario Panezio Wrem viene trovato con il cranio sfondato, nell’omicidio pare implicata Antonia, in cura da Gerbin. Amore, morte e, ovviamente, loschi interessi, nella ragnatela di vicoli che dalla Cittavecchia conducono al ghetto e a stradine i cui nomi evocano destinazioni d’uso come via del Pane, ma anche memoria di fatti torbidi come via Malcanton, secoli addietro regno dei furfanti, adesso estemporanea scena del crimine.

Ciò che affligge l’affascinante sospetta, alla ricerca del grande amore, ora euforica, ora gravemente depressa, oggi si configurerebbe con la dizione scientifica di disturbo bipolare della personalità. Gerbin, la saggia fidanzata storica Gigliola, a dieta sempre solo e dopo fitti consulti forchetta in pugno, tra strudel, gnocchi con l’arrosto e sardoni in savor, esaminano e smontano gli indizi raccolti dal vicecommissario Cantarutto, ex studente di Gerbin, sospettoso per mestiere.

L’autrice, che ha completamente riscritto a cinque lustri di distanza dalla pubblicazione questo suo primo romanzo, all’epoca introdotto dalla prefazione del critico letterario Giuseppe Petronio per lunghi anni docente all’Università di Trieste e direttore dell’Istituto Gramsci giuliano, ora inserita in appendice, imprime alla narrazione una tensione man mano crescente e sempre garbata. Ben più di un giallo classico dal finale sorprendente come si conviene; piuttosto il ritratto di una società ancora a misura d’uomo, dove le telefonate, anche dai vecchi apparecchia gettone, gli squilli, i messaggi delle segreterie telefoniche, scandiscono l’incalzare della vicenda e “contribuiscono a collocarla in quegli anni per il Paese così difficili, ma ancora pieni di solida cultura e genuina volontà di cambiamento” osserva nell’introduzione Marina Silvestri. Mentre altrove aleggiano, ma paiono una vaga punizione meritata da nazioni lontane, Reagan e la Thatcher, l’Italia, più fortunata e bonaria, si gode infatti quegli anni di Sandro Pertini presidente della repubblica palpitanti ancora confidenza nell’avvenire, pur sullo sfondo di rivendicazioni sociali spesso aspre, e irrisolte stragi mafiose e fasciste.

Tra gli affanni Gerbin – alla psicanalisi unisce la docenza all’università – si ritaglia del tempo per le escursioni classicamente amate dai triestini: Alpi Giulie e Austria, fine settimana a Venezia. O le più modeste passeggiate sul molo e sulle Rive, la salita al colle di San Giusto e la discesa lungo la scalinata di Santa Maria Maggiore. Una discesa anche metafora dei labirinti dell’animo umano. Omicidio passionale o traffico di opere d'arte, gioielli e antichità, stante il confine internazionale, a trionfare, oltre alla verità, è la Trieste della vita quotidiana che dei delitti e delle pene si occupa con leggiadra ironia preferibilmente a tavola.

Il libro sarà presentato mercoledì alle 18 alla libreria Minerva di Trieste da Marina Silvestri, presente l’autrice. —

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