Le serate non terrestri di Marina Cvetaeva

La vita di ogni giorno, Marina Cvetaeva non riusciva proprio ad apprezzarla. Le sembrava che i riti quotidiani, le piccole cose, fossero un grande tradimento. Al suo essere artista, al saper cercare con le parole una risposta al mistero di esistere. «Per me - diceva - la vita comincia ad avere un significato, cioè a trovare senso e peso, solo trasfigurata, ovvero nell’arte».
E, allora, non deve stupire se ogni volta che esce un libro con qualche scritto di Marina Cvetaeva viene subito da andare a cercare tra le pagine questa sua voglia di vivere la vita attraverso le parole. Trovando, ogni volta, la grande sorpresa di scoprire una scrittrice tutt’altro che superata, invecchiata. E provando, al tempo stesso, il tormento di ritrovare tra le righe un’anima che ha tagliato tutti i contatti con la vita suicidandosi nell’estate del 1941.
“Una serata non terrestre”, il volumetto curato da Marilena Rea per Passigli (pagg. 117, euro 10), parte da una serie di pagine in prosa in cui la poetessa si lascia andare al gusto raffinato del racconto. «Su Pietroburgo c’era una bufera. Ci stava letteralmente: come una trottola roteante - come un bambino volteggiante - o come un incendio. Una forza bianca che trascinava via». Rievocando una serata letteraria della sua giovinezza, a casa dell’architetto Kannegiser, Marina Cvetaeva si lascia abitare dallo spazio nostalgico della memoria.
In “La Germania” e “In soffitta”, invece, la poetessa racconta gli anni immediatamente successivi alla rivoluzione d’Ottobre. Tra ricordi personali legati alla figura del marito Sergej Efron, che allora combatteva nelle file dei Bianchi, e suggestioini letterarie.
Il volume si conclude con “Autobiografia”, una nota personalissima scritta per l’Enciclopedia letteraria, e le risposte a due questionari. Autentici testamenti poetici e ideologici di una grande autrice che si stava congedando dalla vita.
alemezlo
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