Le visioni di Johanna viaggio allucinato tra abusi e pedofilia della famiglia Koehler

Francesco de Filippo abbandona l’indagine saggistica che lo ha portato recentemente a indagare le prospettive cinesi della nuova Via della Seta, per affrontare una prova narrativa che l’argomento, quello della pedofilia e dell’abuso sui minori, cataloga tra quelle difficili da maneggiare. Una materia forte, che presenta da una parte il rischio di affondare in un campo limaccioso per foga descrittiva, dall’altro quello di rimanere nella superficie dell’allusione.
In ‘Le visioni di Johanna’ (Castelvecchi, pagg. 282, euro 19,50) De Filippo, giornalista e direttore dell’Ansa del Friuli Venezia Giulia, sceglie invece di raccontare una storia di abusi (realmente accaduta, premette l’autore) privilegiando il punto di vista dei diversi personaggi della famiglia Koehler, seguita nella sua lunga autodistruzione. Una spirale innescata da Sebastian che, figlio di una prostituta di Amburgo e fin da bambino costretto ad assistere alle orge cui la madre partecipava, venendo così irrimediabilmente segnato per tutta l’esistenza, da adolescente subisce la violenza di un cliente della madre. Scappato di casa e non avendo nessun appiglio cui rivolgersi, Sebastian si presenta proprio a colui che abusò di lui.
Siamo nella Germania di Weimar, dove non desta troppo scandalo se un professore vive con un ragazzo. Sebastian è costretto a entrare nel giro degli amici pedofili del docente, che lo iscrive in una prestigiosa scuola superiore, dove però molti insegnanti hanno lo stesso vizietto. Sebastian sopporta, accetta, conclude gli studi e diventa ingegnere. Per convenienza sociale si sposa, anche se le donne non gli interessano, e continua a intrecciare storie con altri adolescenti. Diventa lui stesso un pedofilo, subisce un processo, accusato dalla fidanzata di uno dei suoi amanti, viene scagionato e intanto diventa padre di cinque figli. Nella sua discesa verso l’abiezione si trova a spingere uno dei suoi bambini tra le braccia del suo vecchio professore. Ma la Germania nazista non tollera quelli come lui. Viene arrestato, calato nell’inferno dantesco di una prigione da cui lo tirano fuori per usare la sua conoscenza della chimica nella produzione del micidiale gas usato nei campi di sterminio. Alla fine della guerra, Sebastian si trova attorno una famiglia che non gli parla più, eccetto l’ultima nata, Johanna, e se ne va in Indonesia, a fare l’ingegnere. Anche lì continuerà la sua vita di sex addicted vivendo con giovani e coltivando un malessere che lo porterà al suicidio dopo due tentativi falliti.
Il lungo viaggio attraverso l’orrore compiuto da Sebastian, che ha trascinato con sé l’intera sua famiglia, viene descritta in tre parti distinte. Nella prima è la voce di Sebastian che ascoltiamo, una in-coscienza che porta le stimmate di quei corpi nudi intravisti dietro la tenda a cinque anni, il passaggio da essere oggetto di abuso a cacciatore, una passività che si ritrova anche nella sua accettazione delle pratiche di sterminio nazista. Nella seconda sono i cinque figli di Sebastian, accomunati dal dolore, ciascuno immerso nel proprio delirio, ognuno per ragioni sue solitario su un’isola, a comunicare attraverso le lettere la sofferenza di vite segnate da un padre-orco. Nella terza è la voce di Johanna, la più piccola, quella che adorava Sebastian, che non ha mai avuto paura di lui come gli altri fratelli, perché non lo conosceva, non sapeva, a farsi ascoltare. Come nella omonima canzone di Bob Dylan, le visioni di Johanna sono le libere associazioni mentali di immagini che la ragazza a poco a poco recupera nella sua memoria per ricostruire, in Indonesia, dove si è recata dopo la morte del padre, il rapporto tra lei e quell’uomo. Per conoscerlo finalmente, per accorgersi che in fondo sapeva già tutto ma non voleva crederci. Un lungo monologo interiore il cui esito è una chiarificazione, la comprensione del proprio posto nel mondo. Perché “si può convivere con i propri fantasmi, purché non siano troppi”. —
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