Nel libro "Le ceneri della Repubblica” gli spettri nella storia d’Italia da piazza Fontana a oggi
Mezzo secolo di misteri italiani, indagini e depistaggi al centro dell’incontro con il giornalista Casamassima

Con “Le ceneri della Repubblica. Un romanzo italiano” (Baldini + Castoldi, 800 pagg., 25 euro), Pino Casamassima — giornalista e scrittore che da anni indaga le zone d’ombra della storia italiana — rilegge con sguardo narrativo gli snodi più oscuri della nostra democrazia, dalla strategia della tensione agli anni di piombo, fino alle verità mancate che ancora interrogano il Paese.

Un romanzo-saggio che ricostruisce, attraverso documenti, testimonianze e analisi — il clima di tensione, violenza e conflitti ideologici che portarono a stragi, terrorismo, repressione e deviazioni dei servizi segreti. Il libro sarà presentato, alla presenza dell’autore, venerdì alle 18 al bar libreria Knulp di via Madonna del Mare 7.
«Nella trama - riflette il giornalista - ci sono alcuni snodi che considero fondamentali per capire la storia italiana recente, come Piazza Fontana. La strage non arriva come un evento isolato: ci si arriva per stratificazioni, avvicinamenti, segnali. Non a caso il mio libro si apre il 12 dicembre 2025, esattamente nel giorno dell’anniversario della strage, immaginando un attentato alla presidente Meloni da parte di una delle sue guardie del corpo. È un modo narrativo per dire che la storia è un cerchio che torna, che certe dinamiche riaffiorano sotto forme diverse. Altri passaggi decisivi sono il compromesso storico, il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro e infine la strage di Bologna del 1980, che chiude idealmente un ciclo drammatico della nostra Repubblica».
Le zone d’ombra, spiega l’autore, sono ancora «troppe»: «Uno degli episodi più emblematici è la strage del treno Italicus, avvenuta soltanto due mesi dopo quella di piazza della Loggia a Brescia. Abbiamo ancora troppi casi irrisolti, zone di buio che restano impermeabili. Il governo Renzi ha desecretato molti atti, eppure non siamo riusciti ad addentrarci nelle pieghe più profonde degli omissis, come nel caso di Brescia. Anche Ustica rimane senza una verità definitiva: le implicazioni con Francia e Libia sono delicate e ancora oggi ostacolano una ricostruzione condivisa. Sono pagine della nostra storia che non smettono di porci domande, e che richiederebbero molto più coraggio istituzionale per essere illuminate».
Sul giornalista ricade il compito di riscrivere la memoria pubblica: «In un certo senso è proprio così. Noi giornalisti che ci occupiamo di storia, senza voler sostituire gli storici, abbiamo però il compito di colmare le lacune lasciate da una didattica spesso insufficiente. Ricordo ancora quando, nel 2005, dopo una cena con un amico insegnante, mi resi conto che i suoi studenti sapevano pochissimo degli anni di piombo. I docenti arrivavano a malapena al boom economico e i manuali si fermavano a Mani Pulite, che liquidavano il caso Moro in una pagina, per metà occupata dalla foto della Renault rossa in via Caetani. Mi sono chiesto: come possono i ragazzi comprendere il Paese in cui vivono se nessuno racconta loro la nostra storia recente? Da lì è nato il mio primo libro sulla strategia della tensione».
Dalla crisi della Prima Repubblica, prosegue Casamassima, è la cesura alla base del presente: «Il vero giro di boa della nostra storia recente è Mani Pulite, nel 1992. Da quel momento, la partecipazione politica degli italiani ha iniziato a cambiare in modo profondo. Berlinguer si allarmava quando l’affluenza scendeva di tre o quattro punti, ma allora eravamo comunque attorno al 90%. Oggi siamo al 50% degli aventi diritto, una frattura gigantesca. Da Mani Pulite in avanti abbiamo assistito all’azzeramento delle scuole politiche, alla perdita di luoghi di formazione civica. È un processo che ha lasciato un vuoto e che spiega molte fragilità della nostra democrazia contemporanea». Un’epoca che Casamassima ha deciso di raccontare in forma di romanzo e non di saggio: «Ho scelto la forma del romanzo perché mi offriva una libertà di espressione che la saggistica, per sua natura, tende a limitare. Nel romanzo posso evocare, suggerire, interpretare. Posso tornare a quella intuizione pasoliniana che considero ancora potentissima: “Io so che è così, ma non ho le prove”. La narrativa mi consente di lavorare proprio su quello spazio tra ciò che sappiamo, ciò che intuiamo e ciò che non siamo autorizzati a verificare». —
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