Lindsay Kemp: «La mia danza parla di vita, tra angeli e fiori»

TRIETE. Sarà Lindsay Kemp ad aprire martedì - data unica - a Trieste il cartellone Danza del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia. Un'inaugurazione nel segno della poesia gestuale di questo straordinario artista inglese, profondo innovatore della danza, mito vivente del teatro, carismatico interprete di storie.
Kemp sarà protagonista, insieme a quattro collaboratori, di "Kemp dances", spettacolo ponte tra passato e presente, una summa del suo lavoro in scena, un mosaico che restituisce parte della sua lunga e incredibile carriera.
Come è avvenuta la scelta dei brani da proporre?
«Ho scelto - risponde Kemp - dei pezzi che potessero rendere dei momenti forti con pochi mezzi scenografici, all'insegna dell'essenzialità e del linguaggio scarno, pur rimanendo importante il ruolo della luce. Il titolo scelto in inglese significa "danze di Kemp" ma anche "Kemp danza": è un gioco di parole, ma soprattutto la descrizione del mio modo di intendere la vita e di mescolare arte e vita. Vivere senza danzare è per me come non vivere: ma danzare può essere l'immobilità, ascoltare fermo una musica, vivere l'estasi anche solo guardando un paesaggio. Danzare sul palcoscenico vuol dire comunicare col pubblico: ben oltre i settant'anni, fisicamente non posso più offrire acrobazie e virtuosismi, ma posso continuare ad esprimermi con la gestualità e la trasmissione di racconti ed emozioni».
Per esempio?
«"Kemp dances" è una collezione di sette pezzi e soprattutto di quattro grandi ruoli. "Nijinski" è un personaggio, con la sua pazzia mistica, che mi ha accompagnato per tutta la vita, "Ricordi una Traviata" è un tributo a Violetta, a tutte le sue declinazioni e alla Callas, "Il Fiore" parla di trasformazioni, "L'angelo" chiude il programma ed è l'unico personaggio veramente "mio", la storia di un'anima che trascende ogni identità per diventare un simbolo dell'essenza umana, della rinascita e della speranza. Completano il programma "Mi Vida", creato dal grande coreografo belga Luc Bouy, e il mio "La Femme en Rouge; Daniela Maccari - mia coreografa collaboratrice - interpreta anche "Il Cigno"».
Che importanza ha l'improvvisazione nella sua arte?
«Ho collezionato moltissime esperienze, attraverso un tessuto straordinariamente eterodosso di stili, di teatro, mimo e danza, di tradizione e sperimentazione. Ho fatto parte di tante compagnie di danza, che spesso però mi mandavano via perché ero indisciplinato e dimenticavo la coreografia. In "Flowers", uno spettacolo che ho portato in scena per più di vent'anni, spesso dimenticavo delle coreografie e mi cambiavo. Nulla è scritto sulla pietra: vado in scena con un canovaccio. Non so se sia proprio improvvisazione: mi metto sul filo teso e vedo cosa succede...».
Nella sua carriera ha collaborato con cantanti famosi, da Mick Jagger a Peter Gabriel, con registi come Fellini e con danzatori del calibro di Nureyev: quale incontro è stato il più speciale e significativo per lei?
«In realtà molti dei miei incontri più importanti sono avvenuti con persone morte più di cent'anni fa! Mi sono identificato ad esempio con Isadora Duncan, un grande mito eroico che spesso ho sentito in scena con me. O con personaggi shakespeariani... Parlando di incontri "reali", Marcel Marceau mi ha visto recitare in un piccolo teatrino al Festival di Edimburgo quand'ero giovanissimo. Erano le dieci di mattina, c'erano dieci persone, ma tra queste c'era Marceau che alla fine mi ha detto: "Questo non è mimo, il mimo non può saltare, ma tu sei straordinario, hai un dono. Vieni da me a Londra, ti do delle lezioni gratis". Ho lavorato con lui dieci giorni e poi siamo sempre rimasti in contatto».
Come vive il rapporto col pubblico?
«Ho bisogno di sentirmi creduto quando comunico e quando vivo il mio mondo di trasformazione in scena. Io credo che bisogna alzare i cuori del pubblico, farlo volare. In questo spettacolo ad esempio ci sono richiami alla pazzia, agli anni che passano, con scene anche cruente, ma alla fine il pubblico paradossalmente sente l'amore e reagisce con grande emozione».
Come vede la danza contemporanea?
«Adoro i lavori di Pina Bausch. Pur non assistendo a molti spettacoli dal vivo, cerco di seguire delle cose sul video, ma da sempre soffro della sindrome della "faccia morta", dove manca qualsiasi espressività. Io cerco di raccontare sempre delle storie, di esprimere un personaggio: è questa la radice della mia arte».
Ha scelto di vivere in Italia, a Livorno. Perché?
«Ho lasciato l'Inghilterra, dove sono nato (a Liverpool, ndr), per trasferirmi prima in Spagna, poi a Roma e a Todi, infine a Livorno ho cominciato a tenere dei corsi e mi sono trovato molto bene».
"Kemp dances" è uno spettacolo creato e interpretato da Lindsay Kemp, con Daniela Maccari, Ivan Ristallo, Alessandro Pucci e James Vanzo. L'organizzazione artistica e tecnica è di David Haughton. Fabio Spinelli, Nicola Signorini e Francesca Geri firmano luci e fonica.
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