“L’Isola dell’inganno”, rompicapo noir sul libero arbitrio incerto e annacquato



Abboccato. Scappato. Abboccato e poi di nuovo scappato. Sembra che il mondo di Baker Dill (Matthew McConaughey) sia scandito principalmente da queste due azioni, che appunta ossessivamente su un notes: la sua caccia a un tonno che regolarmente, all’ultimo, gli sfugge ha assunto ormai i connotati di un gioco beffardo, in un’isoletta da qualche parte ai Tropici. Mare di cristallo, temperature dolci e miti, Plymouth è un eden di cui iniziamo gradualmente a conoscere gli abitanti. C’è la vicina materna e sexy con cui Dill s’intrattiene in amplessi fugaci (Diane Lane), il barista un po’ confessore un po’ filosofo, il fido compagno di uscite in barca su cui si può contare a occhi chiusi.

Location paradisiache appena sporcate da un’estetica torbida al punto giusto, volti e corpi azzeccati, un protagonista affascinante ma dall’indole inquieta e tormentata che fa presagire un passato “pesante”, fanno delle prime battute di “Serenity” di Steven Knight un catalizzatore senza uguali, intessuto di atmosfere che rimandano a classici del cinema noir anni ’40 e ’50 oltre che letterari, tra una lotta con la creatura di sapore melvilliano ma anche tanto Hemingway. Lo spettatore a quel punto già gongola, e la temperatura sale ancora quando fa il suo ingresso in campo l’ex moglie di Dill (Anne Hathaway), mai del tutto dimenticata.

Approccio suadente, alone da dark lady delle più classiche - bionda e fatale - lo sorprenderà con una terribile richiesta d’aiuto: quella di uccidere il violento e sadico marito. Perché le carezze nel tempo sono diventate pugni e il pericoloso menage mina la serenità del figlio che hanno in comune. Dieci milioni di dollari per farlo ubriacare e gettarlo in pasto agli squali metterebbero la parola fine a quella che è diventata quotidiana tortura; in più Dill, in affanno da carenza cronica di denaro, potrebbe riscattare finalmente il suo peschereccio dalle grinfie della banca.

L’alone di mistero e una potenziale ambivalenza dei personaggi suggerita dal plot - fatto salvo il marito (Jeremy Clark), marcio e sopra le righe - fanno sì che lo spettatore nutra una serie di dubbi su quale potrà essere la risposta di Dill: certo non si aspetta la svolta narrativa shock che assesta Knight con la sua squadra, che spiazza non poco. Certo, un paio di segni disseminati qua e là per poter mangiare la foglia c’erano: un ricordo che “non batte”, una fregata che vola dove non dovrebbe volare, l’apparizione di un bizzarro travet.

Un “twist” metafisico, su cui glissiamo per non rovinare la sorpresa ma che ragiona sul concetto di libero arbitrio. Una volta che abbiamo fatto una scelta, l’abbiamo veramente decisa noi o ci è stata in qualche modo imposta? Innestando l’elemento soprannaturale, Knight fonde generi diversi e rivede e corregge il noir attualizzandolo al XXI secolo. All’idea, ambiziosa, non corrisponde però uno sviluppo incisivo, che manca dell’assoluta precisione e rigore che il cambio di passo avrebbe richiesto ma che disperde in poche battute tutto il suo potenziale: si esce dalla sala con l’impressione frustante di un rompicapo annacquato e incerto che neanche l’alchimia dei premi Oscar McConaughey e Hathaway riesce a non far deragliare. —





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