L’obiettivo di Giorgio Lotti sull’epopea e la caduta dei transatlantici italiani

il percorso
L’alluvione di Firenze, la strage degli innocenti del Vajont, l’epopea e la caduta degli ultimi transatlantici italiani, Venezia muore, gli artisti del Teatro alla Scala, i reportage sulla Cina comunista. Sono questi i “capisaldi” della straordinaria carriera di Giorgio Lotti, uno dei reporter che tra gli anni Sessanta e Novanta hanno segnato sulle pagine del settimanale “Epoca” la stagione d’oro della fotogiornalismo italiano. Gli altri fotografi di quel rotocalco targato Mondadori e uscito di scena nel 1997, erano Sergio Del Grande, Mario De Biasi, Walter Bonatti, Mauro Calligani.
A Giorgio Lotti il Craf - Centro di ricerca e archiviazione della fotografia di Spilimbergo, ha conferito il Premio Friuli Venezia Giulia fotografia 2019, annunciato ieri, che gli verrà consegnato il 24 agosto, a Palazzo Tadea di Spilimbergo, in occasione dell’apertura della sua mostra “Cina Cina Cina”.
«Se qualcuno mi dirà che sono stato bravo gli risponderò che ho scoperto di essere utile agli altri” si schermisce l’autore che nella sua lunga vita professionale ha fotografato centinaia di uomini e donne trascinati loro malgrado in tragedie di cui non avevano la minima responsabilità. Giorgio Lotti ha anche fotografato leader politici, attori, uomini di cultura, poeti, sportivi. In primo luogo il leader comunista cinese Zhou En Lai, il cui ritratto realizzato grazie alla sua determinazione congiunta a una buona stella, è stato stampato nella repubblica popolare in cento milioni di copie; un record assoluto a livello mondiale.
Davanti al suo obiettivo sono passati Yasser Arafat, Gianni Agnelli, Re Umberto di Savoia, Charlie Chaplin, Andy Warhol, Enrico Berlinguer, Bettino Craxi, Alberto Moravia, Fabrizio de Andrè, Marcello Mastroianni e tanti altri protagonisti della cronaca che fu. Ogni fotogramma è costruito con semplicità, rispetto delle persone, equilibrio cromatico e compositivo.
Questi valori, questo stile, contraddistinguono i reportage che raccontano l’epopea e la caduta degli ultimi transatlantici italiani. Al trionfale viaggio inaugurale della Michelangelo e al mesto rientro in porto dalla Raffaello, il settimanale Epoca dedicò due ampi servizi entrambi firmati da Giorgio Lotti. Il primo è del maggio 1965, l’altro dell’aprile 1975. Li separano dieci anni di effimera gloria, ma l’obiettivo dell’autore è riuscito a cogliere tutte le sfumature di quelle due traversate dell’Atlantico. Il primo servizio, quello del 1965, è contraddistinto nei volti delle persone fotografate da una felicità e da un orgoglio per quanto i nostri cantieri avevano realizzato: due magnifiche navi, due ambasciatrici dell’Italian style nel mondo. Nel secondo servizio, quello sul rientro definitivo in porto della Raffaello, la situazione si capovolge, anche se esteriormente nulla è cambiato. I saloni sono sempre eleganti, gli scafi immacolati, i ponti tirati a lucido, le cucine impeccabili, così come le divise dei marinai.
Eppure le immagini di Giorgio Lotti colgono il sentimento della morte dei transatlantici mostrando gli occhi dei comandanti. Il volto di Mario Ghignotti che diede l’ultimo “finito in macchina” al transatlantico costruito al Cantiere San Marco, mostra un disagio che nulla riesce a mascherare, nemmeno l’ironia delle sue parole. «Il destino ha voluto che fossi io a comandare l’ultimo viaggio della Raffaello. Purtroppo è toccato a me stare alla testa di questo funerale. Avete portato i crisantemi?». Parole del tutto opposte, piene di fiducia e speranza nel futuro aveva pronunciato dieci anni prima il comandante Mario Crepaz alla partenza da Genova del viaggio inaugurale della Michelangelo. Due fotografie entrambe realizzate in plancia, due ritratti, la fine delle illusioni della Società Italia di navigazione.
«Non sono più salito a bordo di una nave dopo il viaggio sulla Raffaello. Ricordo un temporale spaventoso in Atlantico, trasformatosi in tempesta. Mal di mare, difficoltà a muoversi perché lo scafo ballava, si torceva…» ricorda Giorgio Lotti.
Le immagini dei due ultimi transatlantici italiani sono inserite nell’immenso archivio che Lotti sta riordinando e digitalizzando da anni. «È un lavoro lungo, a tratti ripetitivo e noioso perché ne fanno parte le 240 mila foto che ho realizzato nella mia attività. Prima i francesi, poi una società americana mi avevano offerto una somma immensa perché gliele cedessi, una somma che volevano versare in Svizzera per ragioni che tutti comprendono. Ho detto no, ho respinto la loro offerta perché le fotografie dell’alluvione che mise in ginocchio Firenze nel 1966, così come quelle della tragedia del Vajont, di Venezia che muore travolta dall’inquinamento e dall’incuria, devono restare nel nostro Paese. Costituiscono la nostra memoria storica, il segno di ciò che è accaduto. Sarebbe un paradosso doverle comprare all’estero per raccontare il nostro passato. Purtroppo in Italia non esiste un archivio nazionale credibile della memoria visiva e noi anziani fotoreporter ci dibattiamo in questa contraddizione: cedere i nostri archivi all’estero o rischiarne fra qualche tempo la dispersione e l’inutilizzo. Ecco perché da qualche anno insegno fotogiornalismo ai ragazzi dell’Università. Loro sono una speranza. Cerco di rendermi utile superando di slancio il dibattito tra fotochimica e foto digitale. È un falso problema: ci sono solo foto buone e foto brutte, inutili e dannose...». —
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