Loreena McKennitt fa risuonare le sue “anime perdute” a Folkest

Quattordici milioni di album venduti, due nomination ai Grammy Awards, premio alla carriera della Billboard International, esibizioni dalla Carnegie Hall al palazzo Alhambra di Granada in Spagna, fino alle performance per la Regina Elisabetta II: è Loreena McKennitt la star della 41° edizione del Folkest. Con il nuovo album pubblicato l’anno scorso, “Lost Souls”, la cantautrice e polistrumentista canadese (con origini irlandesi e scozzesi) di fama mondiale, icona della musica celtica, torna in Italia con un tour di sei date che fa tappa stasera alle 21. 15 al Castello di Udine.
«Sono entusiasta di tornare in alcuni dei posti già visitati – dice Loreena – ma anche di esibirmi in luoghi splendidi mai visti prima. Dell’Italia apprezzo tante cose, c’è una combinazione unica di storia e cultura. E c’è un forte senso della famiglia, dello stare assieme rallentando i ritmi: so che non è così per tutti e ovunque, ma in generale ancora resiste. Si dà valore alle piccole cose e non tutto ruota attorno al denaro».
Nel tour precedente si presentava in trio, questa volta?
«Mi accompagnano cinque musicisti: Brian Hughes alla chitarra, oud e bouzouki irlandese, Caroline Lavelle al violoncello, Hugh Marsh al violino, Dudley Phillips al contrabasso e Robert Brian alla batteria. È il tour proposto a marzo in Europa, ma non avevamo fatto tappa in Italia. Ci saranno pezzi dal repertorio precedente che richiedono questo assetto live, come “The Mystic’s Dream”, “Marco Polo”, “Santiago”, “The Gates of Istanbul” e poi canzoni dall’ultimo “Lost Souls”» .
Un album un po’diverso dai precedenti?
«Un progetto particolare: non si limita ai confini della storia dei Celti. Ho recuperato dei pezzi scritti anni prima e poi c’è un brano come “Breaking of the sword”, che commemora la battaglia di Vimy Ridge della prima guerra mondiale».
Ci racconta i suoi esordi? È vero che è stata la manager di se stessa?
«Nel 1985 quando ho realizzato il mio primo disco, amavo la musica celtica e il teatro, avevo quest’energia creativa che volevo esplorare. Mi sono fatta prestare i soldi dai miei per pagare le registrazioni, spendendo quello che doveva servire per il proseguimento dei miei studi universitari. Ho cominciato a fare busking, suonare per strada, a Londra e Vancouver vendendo le mie cassette, per raccogliere i fondi per le registrazioni successive. Fino al 1991 ho costruito la mia carriera da sola: mi sono resa conto di come non bastasse il processo creativo, c’è tutto il lato del business attorno. Quando mi confrontai con la Warner, andavo a incontrare i manager e io non ne avevo uno. Mi rendevo conto che non avevamo obiettivi simili e quindi non avevo altra scelta che gestire tutto da me, imparando quel che non sapevo dalle persone che nel frattempo incontravo».
Finì in tribunale per bloccare un libro non autorizzato su di lei. Tiene molto alla sua privacy?
«Il problema non era semplicemente la divulgazione di dettagli sulla mia vita privata, ma l’invenzione totale di alcune cose non vere. Le persone devono prendere coscienza che è un diritto decidere quali informazioni su di sé possono essere diffuse».
Per questo ha deciso di chiudere la sua pagina facebook?
«Avendo già a cuore la questione della privacy, ho studiato con attenzione quello che i social media stanno facendo e ho deciso di non essere complice di queste aziende, che si muovono in maniera immorale nascondendosi dietro un paravento di finta democrazia».
Nei prossimi mesi, oltre alla musica a cosa si dedicherà?
«Ci saranno alcune date in Canada in autunno, poi rallenteremo un po’. Sto cercando di ritagliarmi più tempo per valorizzare il mio ruolo di cittadina che prende coscienza dell’emergenza climatica in cui ci troviamo. Vorrei mettere un attimo in secondo piano la mia carriera e prendermi le mie responsabilità, facendo qualcosa di concreto partendo dalla comunità locale di cui faccio parte. Sento questa forte priorità, perché penso stiamo vivendo un momento decisivo della storia del pianeta». –
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