Marinelli e l’umanità in tempi di guerra sul palco del Rossetti a Trieste
L’interprete di film e serie cult torna a teatro dopo 14 anni, per farlo ha scelto Calvino: «La sua fantasia è una cosa seria»

Luca Marinelli è tornato in teatro dopo più di un decennio con la sfida più grande che si potesse immaginare: portare in scena Le Cosmicomiche, i racconti di Italo Calvino insieme astronomici e terreni dove il creato intero conversa pigiato in un punto prima del Big Bang e gioca lanciando gli atomi sulla curvatura dello spazio. In scena, la scienza fantastica di Calvino diventa lo spettacolo “La cosmicomica vita di Q”, da giovedì 5 all’8 marzo al Politeama Rossetti di Trieste: Marinelli lo dirige insieme a Danilo Capezzani e lo interpreta con un cast che è quasi una famiglia allargata, «giocando, ma con la stessa serietà dei bambini», dice.
Nei suoi quattordici anni lontano dal palco, intanto, ha vinto un David di Donatello per “Lo chiamavano Jeeg Robot” e ha attraversato il miglior cinema d’autore italiano da protagonista, in film come “Martin Eden” e “Le otto montagne”. Oltre a tornare più volte sul set in Friuli Venezia Giulia: ha girato a Trieste “Diabolik” dei Manetti Bros. e il fantasy “The Old Guard”, a Gorizia un passaggio della sua monumentale interpretazione di Benito Mussolini della serie Sky “M – Il figlio del secolo”. Il teatro, però, non gli è mai uscito dal cuore: «Al cinema si incontra il pubblico molto dopo le riprese, mentre il teatro è il luogo speciale dove delle persone vive incontrano altre persone vive. E questo incontro a volte meraviglioso, a volte frustrante, mi mancava molto».
Perché ha scelto di tornare in scena con Calvino?
«È un autore che ha sempre dial[/RISPOSTA]ogato con qualcosa di me, che mi diverte e mi emoziona. Nelle “Cosmicomiche” vedevo qualcosa dei film che ho amato da bambino, come “Le avventure del barone di Munchausen” e “La leggenda del re pescatore”. Dentro a questo spettacolo c’è un po’ di tutto, molto velato anche l’Amleto».
Le prime “Cosmicomiche” furono pubblicate nel 1964: cosa ci dicono ancora oggi?
«Dimostrano come si possa giocare con la fantasia ma usandola serietà che hanno i bambini: ho applicato quella meraviglia immaginifica a me, che bambino non lo sono più. E sono un grande inno all’umanità, alla nostra cultura, nel bene e nel male».
Colpisce rileggerle oggi, col mondo in guerra: Calvino ci ricorda che veniamo tutti dallo stesso brodo primordiale…
«Quello che stiamo vivendo ora è drammatico e orribile, ma credo che l’essere umano non sia questo: quello che vediamo nei conflitti è anzi la sua più alta corruzione. Sarà ingenuo, ma penso che l’essere umano sia la condivisione, la meraviglia, il tendere al bello, sennò non avremmo inventato il teatro, la musica, la danza, l’arte in generale. “Le Cosmicomiche” del resto raccontano che il Big Bang è avvenuto perché qualcuno voleva abbastanza spazio per fare a qualcun altro delle tagliatelle».
Come avete lavorato sul testo e su Qfwfq, il protagonista che attraversa il tempo?
«Abbiamo inventato un momento in cui Qfwfq è diventato Trevor, un presentatore televisivo di un programma discutibile, e si è dimenticato il suo passato. Ma i suoi amici dai tempi del “grande botto”, del Big Bang, gli piombano in casa, nella notte di Capodanno della fine del mondo, e da lì comincia la nostra avventura. Proprio nell’appartamento di Trevor cadiamo nelle Cosmicomiche, in “Tutto in un punto”, “La distanza della Luna”, “Senza colori” e nella nostra “città di vetro”. Abbiamo scelto dodici delle trentasei Cosmicomiche e mescolato un po’ gli elementi».
Come portate in scena questi racconti complessi che mettono insieme grandi temi, teorie scientifiche, concetti astratti e sentimenti molto terreni?
«Nicolas Bovey per le scenografie e luci e Anna Missaglia per i costumi hanno creato dei mondi con pochi elementi forti di scena: il mare è un telo, la bambina che vola sulla Luna è una serie di drappi sovrapposti. È la semplicità magica dello spirito delle Cosmicomiche. E la materia di scena più forte sono gli interpreti».
Che cast ha riunito per un progetto così particolare?
«Volevo lavorare con amiche e amici. Con Andrea Paolotti, il produttore dello spettacolo e con Federico Brugnone e Gabriele Portoghese ci conosciamo da vent’anni, abbiamo iniziato all’Accademia insieme sotto il segno del nostro maestro Carlo Cecchi. Con Valentina Bellé abbiamo girato due film, “Una questione privata” dei Taviani e “Fabrizio De André – Principe libero” e siamo diventati amici. Con Alissa Jung ho voluto ricambiare il regalo che mi ha fatto volendomi nel suo film “Paternal Leave”, dove ho lavorato per la prima volta con Gaia Rinaldi, con Fabian Jung ho fatto la mia prima regia teatrale di “Una relazione per un’accademia” di Kafka. Hanno accettato a scatola chiusa, quando ancora non avevamo un testo: li ringrazio perché mi hanno donato il loro coraggio e la loro arte».
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