Lungo viaggio nel tempo alla scoperta degli indios in memoria di Colbacchini

la recensione
Il giaguaro è considerato il padre dai Bororo ed è sempre presente nei rituali religiosi di questa tribù di indios del Brasile: secondo una leggenda animista, i Bororo discendono dall’unione tra una donna e l’animale. C’è una pelle di giaguaro ad accogliere lo spettatore nella mostra “L’ombra chiara del tempo” di María Sánchez Puyade allestita alla Sala Veruda e visitabile fino al 4 agosto. È il regalo che i Bororo fecero al padre salesiano Antonio Colbacchini intorno a cui è costruita questa densa e interessante mostra. Secondo Claude Lévi-Strauss, il salesiano italiano pensava di andare a convertire gli indios ma è stato invece a sua volta convertito da loro. E questa storia, come nella tradizione latinoamericana, è fatta di sincretismo e di mescolanza di vari credo: a riprova di ciò, Colbacchini sosteneva che gli fosse apparsa la Madonna mentre per la prima volta si recava a incontrare la tribù. Perché l’artista argentina che da anni vive a Trieste ha deciso di approfondire lo studio di questo missionario? «Perché padre Colbacchini - spiega María Sánchez Puyade - mi tocca nel profondo essendo io latinoamericana e molto sensibile alla storia degli indios». «Ma poi - continua - c’è anche un motivo casuale e familiare: riordinando la soffitta della casa di parenti di mio marito in Argentina ho scoperto che questo missionario, originario di Bassano del Grappa, era lo zio della nonna».
La ricerca dell’artista comincia aprendo una scatola di inizio Novecento, visibile in mostra, che raccoglie oggetti di Colbacchini nonché le lastre fotografiche che documentano le sue spedizioni avventurose nelle foreste del Mato Grosso. «Avevo fra le mani - continua Sánchez Puyade - l’archivio fotografico del padre salesiano. Seppi allora che questo prete mi sarebbe stato sempre familiare e che la nostra terra era la stessa. Comprai tutti i suoi libri che riuscii a trovare, cercai il materiale che ancora rimaneva in famiglia e mi misi a studiare le antiche tecniche fotografiche di stampa. Contemporaneamente l’antropologa Sabine Kienzl mi fornì un nuovo tassello: Claude Lévi-Strauss. Scoprii così che Antonio Colbacchini era la fonte principale a cui Lévi-Strauss aveva attinto per i suoi studi sui Bororo».
Appassionatasi alla parte letteraria della vicenda, l’artista inizia a lavorare e trattare le vecchie lastre fotografiche con lo scanner e la stampante a getto e a carbone ma presto sente la necessità di imparare le tecniche di inizio Novecento: nella cianotipia ritrova la sua passione per il blu e per cinque mesi stampa quattrocentosessanta foto lasciandole esposte al sole. Le fotografie compongono l’ossatura di questa mostra e circondano lo spettatore accompagnandolo indietro di un secolo e lontano nello spazio fino al mondo misterioso delle tribù del Mato Grosso. Ma esposti sono anche i reperti raccolti da Colbacchini nei suoi viaggi e i suoi libri: la prima grammatica dei Bororo e il suo capolavoro, una ricerca antropologica ed etnografica sulla tribù per cui gli verrà concessa la Cruz del Sur, la più importante onorificenza che il Brasile dà agli stranieri. Per la prima volta con Colbacchini gli indios si aprono al mondo dei bianchi e si raccontano, e il salesiano disegna anche le cartine geografiche della zona allora sconosciuta, dà un nome ai fiumi, fa ricerche di tipo scientifico e storico, scatta preziose fotografie nella foresta. Continua l’artista: «È una mostra anche politica perché oggi gli indios con l’attuale governo brasiliano soffrono di più di quanto non facessero sotto i salesiani. In una libreria dell’usato di Buenos Aires ho trovato uno dei quattro esemplari del racconto “Uke Waguu” di Colbacchini, la storia del cacicco (capo indigeno) che ebbe la visione della Madonna prima di entrare in contatto con i missionari. Il mio intento è quello di creare un Aleph, un piccolo punto in cui si archivia un mondo, che può nascondersi in una scatola, in cantina o tra la polvere di una libreria. Sta a noi saperci fermare a scoprirlo». —
Riproduzione riservata © Il Piccolo








