Magrelli e gli “alter-privi”, assorti nella forza di gravità del proprio io
La sua fu definita “pura lirica della ragione”, Valerio Magrelli infatti prevede una poesia che si alimenta di un rapporto conoscitivo, intellettuale col mondo. Poetica che persiste anche nei suoi lavori narrativi, tra cui l’ultimo, “Sopruso: istruzioni per l’uso” (Einaudi, pag 130, euro 13).
Siamo ormai abituati ai soprusi? Tanto abituati da non accorgercene. Non ci accorgiamo di tutte le vessazioni che subiamo quotidianamente. Eppure ogni benedetto giorno facciamo code chilometriche alle poste, siamo costretti ad ascoltare conversazioni altrui al cellulare o capitiamo in locali dove qualche bambino strepita, sempre scusato dai genitori con il pretesto, appunto: “Che sono bambini”, passando anche dalla parte del torto, se ce ne lamentiamo.
Senza mettere in conto quei soprusi che ci appaiono totalmente scontati e magari giusti, come i rumori molesti di un antifurto quando, dice Magrelli, se non ci fai partecipi della tua vincita all’Enalotto, perché mai chiunque deve invece partecipare ai tuoi torti?
Il discorso naturalmente è più articolato, Magrelli ha un impianto logico energico destinato a rovesciare i luoghi comuni. Soprattutto ci dimostra il nostro ruolo di sottomessi, per dirla alla Houellebecq, non solo di fronte ai soprusi individuali, soprattutto davanti alle gigantesche molestie della burocrazia. Lo fa proponendoci quattro affreschi: “La Radiografia”, “La Rivolta”, “La Rapina” e “La Raccomandata” e in ogni quadro elenca tutte le quotidiane prepotenze che, talvolta anche con grazia, ci seppelliscono. Nel frattempo mette in atto anche ironici e furiosi metodi rieducativi perché, ahimè, il linguaggio della violenza conosce solo quella lingua. Dalla sua Magrelli ha una sorta di rabdomanzia accorta rispetto al sopruso, l’annusa da lontano, la prevaricazione. Come in un vecchio racconto di Wallace ci confida il bullismo subito da bambino a cui aggiunge, nell’appendice autobiografica, l’efficace sventura di appartenere alla famiglia dei “rosci”, elencandoci infine vizi, virtù e leggende della gente dai capelli rossi. Il problema sarebbe anche risolvibile, forse, se si giungesse a curare gli “alterprivi”, coloro che quasi senza cattiveria, sono bellamente inconsapevoli del resto del mondo: la signora che lentamente ripone i soldi nel portafoglio incurante della coda dietro sé, i condòmini che lasciano le porte dell’ascensore aperte, le musiche assordanti ascoltate a finestre aperte, chi non guarda lo specchietto retrovisore… «i mille momenti in cui il nostro prossimo ci ignora, completamente assorto dalla forza di gravità del proprio io». —
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