Marramao: «La rete? Sciame fuori controllo grave il suo effetto nei discorsi dei governanti»

Il filosofo interverrà oggi nella giornata di apertura del festival udinese a un focus dal titolo “La politica è passione?”

La politica è passione? A questa domanda risponderanno oggi, alle 19, nella chiesa di San Francesco a Udine, i filosofi Annarosa Buttarelli e Giacomo Marramao, la scrittrice Francesca Mannocchi e l’esperto di politica internazionale Vittorio Emanuele Parsi, moderati da Nicola Gasbarro. L’appuntamento è nell’ambito del festival Vicino/lontano, che prende il via oggi, fino a domenica. Nella serata conclusiva verrà assegnato il Premio Terzani allo scrittore franco-libanese Amin Maalouf da Angela Terzani.



Mi è accaduto spesso di ritornare, nei miei libri La passione del presente e Dopo il Leviatano (Bollati Boringhieri), sulla “passione triste” della politica di sinistra: una passione, un patire, che ripete ossessivamente la stessa scena influente, facendola, diceva Maria Zambrano, continuamente accadere, senza mai passare. E, nel mio recente pamphlet Sulla sindrome populista (Castelvecchi), ho dovuto riconoscere ad alcuni teorici del “populismo di sinistra” come Ernesto Laclau e Chantal Mouffe il merito di avere rivendicato l’importanza delle passioni in politica contro il disincanto razionalistico delle attuali tendenze neoliberali e socialdemocratiche.

Il populismo è oggi un fenomeno globale, non relegato alle aree periferiche dell’Occidente, in tutto e per tutto interno alla democrazia e alle sue dinamiche di trasformazione. Afferrare il senso della sfida populista ai sistemi democratici dell’Europa e degli Stati Uniti significa pertanto, come ha notato Nadia Urbinati nel suo importante libro Io, il Popolo. Come il populismo trasforma la democrazia (Il Mulino), sbarazzarsi di una serie di luoghi comuni ideologici che lo assimilano a una variante del fascismo o a tradizionali forme di autoritarismo.

Il populismo fa leva, in realtà, su una seria patologia dei sistemi liberaldemocratici: il deficit di partecipazione e la crescente distanza tra élites governanti e strati popolari. Ma – e non si sottolineerà mai abbastanza il peso di questo “ma” – punta a risolverla ricorrendo a due rimedi peggiori del male: sopprimendo o scavalcando i corpi intermedi (partiti, associazioni, sindacati) in un rapporto diretto tra il leader e il popolo, e appellandosi al “proprio” Popolo come fattore non di inclusione ma di divisione e di costruzione di un nemico. Nella sua variante “sovranista” il populismo acquista così il carattere di una sindrome securitaria di stampo neohobbesiano: disponibilità dei cittadini a cedere quote della propria libertà in cambio di garanzie di sicurezza. Ma lo Stato-nazione non è più in grado di garantire la sicurezza e un Leviatano globale è impensabile se non nella forma del terrore globale.

Se per un verso la riscoperta populista della passione politica deve fare i conti con la circostanza che nel mondo globale non solo nessun uomo ma nessuno Stato è un’isola (come stiamo sperimentando nel nostro presente pandemico), per l’altro essa si trova al cospetto, nell’era del digitale, di un neopopulismo mediatico che alla passione per il Popolo ha ormai sostituito la fede nella mano invisibile del web e dei “sondaggi”. Non serve a molto ripetere ciò che chiunque è in grado di cogliere alla prima occhiata: che la rete è uno sciame di opinioni, risentimenti, rabbie fuori controllo. Assai più grave è l’effetto di risonanza della rete nei discorsi dei governanti: dove si barattano per analisi comizi camuffati da diagnosi e per diagnosi del presente ripetitivi e tediosi inventari di “priorità” o di “emergenze”. Quando si dice che un messaggio o una notizia o un personaggio in rete sono divenuti virali, non si fa altro che sancire la validità della tesi della propagazione delle idee o delle opinioni per “contagio”. Le parole dei leader carismatici di turno appaiono – come diceva Keats degli amanti, parafrasando Catullo – written in wind and running water, “scritte nel vento o in acqua rapida”. Altrettanto aleatoria è pertanto la loro presa, e ancora più rapida l’obsolescenza del loro (presunto) carisma.

Detto ciò non va mai dimenticato che la democrazia ha una doppia anima: l’anima “madisoniana” con il principio di limitazione del potere, ivi compreso il potere del “popolo sovrano”; e l’anima populista, con il principio di partecipazione. Il populismo, dunque, è un’autobiografia della democrazia: “È la democrazia, bellezza!”. Ma, nell’attuale dinamica di trasformazione dei sistemi democratici, esso si presenta come un caso di eterocronia ideologica: non un al di là, ma un intreccio perverso di destra e sinistra. E il suo appello retorico e demagogico al popolo nasconde la riduzione della democrazia a “democratura”. Una sindrome che potrà essere fronteggiata con efficacia solo invertendo il trend di de-costituzionalizzazione in atto e promuovendo una democratizzazione della democrazia. —

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