Marta Cuscunà vince il Premio Hystrio «La cultura in regione snaturata dalla politica»

L’attrice e regista monfalconese lo riceverà domani a Milano «Mi sento stretta in un contesto oggi così impoverito»



Sono passati dieci anni giusti da quando con il suo primo spettacolo "È bello vivere liberi", la performer nata a Monfalcone si è andata via via affermando sulla scena nazionale e internazionale. Anche con i titoli successivi: "La semplicità ingannata", "Hello boys", "Il canto della caduta" (il più recente, dello scorso ottobre). Spettacoli che le sono valsi premi, riconoscimenti, attestati di qualità e di stima. «I premi sono stati per me una spinta, un trampolino di lancio, un autentico sostegno economico - racconta dopo aver appreso la notizia -. Ma sarebbe anche bello che coloro che li assegnano riuscissero a ideare per il futuro delle forme nuove di valorizzazione degli artisti, non basate su logiche di competizione e gerarchie di valore».

Diciamolo però: un premio fa sempre piacere, tanto più se viene dai maggiori esperti di teatro nazionale.

«Mi sembra incoraggiante che un riconoscimento così prestigioso come il Premio Hystrio cerchi di valorizzare un progetto artistico come il mio, che è un po' fuori dagli schemi del teatro italiano. Mi piace pensarlo più come un'assunzione di responsabilità da parte di chi osserva con occhio critico il lavoro d'arte, vuol dire che è possibile aprirsi a una pluralità di forme teatrali nuove».

A Milano, domani sera (ore 21 al Teatro Elfo Puccini), lei avrà accanto altri premiati Hystrio 2019: Alessandro Serra (regia), Paolo Pierobon (interpretazione), Lucia Calamaro (scrittura), Simona Bertozzi (coreografia), il Teatro dei Gordi (compagnia emergente)...

«Di fronte ai lavori di molti miei colleghi ho la sensazione di vedere qualcosa che è sempre in bilico tra teatro e performance, qualcosa che sfugge alle definizioni e per questo mi coglie di sorpresa. Per me il teatro, come la letteratura e la musica, ha questa capacità incredibile: arrivare al destinatario in diverse forme, alcune delle quali non passano direttamente dalla comprensione razionale dell'opera o del suo messaggio. E se qualcosa ti sconvolge in modo inaspettato, forse può nascere in te la necessità di farti delle domande, di cercare un senso senza aspettare che qualcuno te lo fornisca già confezionato».

Il primo spettacolo ripercorreva la vicenda di Ondina Peteani, staffetta partigiana nata a Trieste. È stato il Friuli Venezia Giulia a dare a Marta Cuscunà la spinta per raggiungere i traguardi che ha via via tagliato?

«Devo molto a questa terra che nel periodo dell'adolescenza mi ha offerto molte occasioni per coltivare aspirazioni e talento. Qui avevo trovato festival e stagioni teatrali che ospitavano spettacoli di ricerca italiani e stranieri, luoghi di aggregazione giovanile in cui sperimentare i miei progetti, attività culturali di alto livello culturale, spesso completamente gratuite».

Mentre ora...

«Molte di queste realtà non esistono più o sono state snaturate da una politica miope e faziosa che priva la cultura della sua funzione primaria: aiutare una comunità a ragionare su se stessa attraverso un pensiero che rispecchia la complessità del mondo. Io comincio a sentirmi stretta in un contesto così impoverito. Rimangono dei luoghi a cui mi sento più affine come il Css di Udine, alcune realtà teatrali che fanno parte del circuito dell'Ert, il Teatro Miela di Trieste e dei piccoli miracoli di fermento culturale come la Biblioteca di Ronchi dei Legionari. Un grosso merito, nel mio caso, va però a Centrale Fies, l'hub creativo che ha sede in Trentino, e con il quale condivido un'impostazione coraggiosa e anticonformista».



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