Mengaldo, la lingua “assoluta” di Giotti
Nella “Tradizione del Novecento” lo studioso analizza la letteratura triestina

Italo Svevo si scoprì scrittore grazie a James Joyce, ai critici francesi, a Eugenio Montale. E al grande rabdomante nascosto della letteratura italiana: Bobi Bazlen. Visto che la sua Trieste lo considerava, al massimo, un impiegato con il vizio di inventare storie. Umberto Saba, per tutta la vita ha aspettato che qualche studioso di prestigio si innamorasse della sua poesia. Tra loro, però, il più sfortunato è stato Virgilio Giotti. Archiviato troppo in fretta tra i poeti dialettali. Chiuso dentro la gabbia degli autori che vanno letti, comunque, con i sottotitoli.
Adesso, a pochi mesi dall’anniversario per i sessant’anni dalla morte del poeta triestino, avvenuta il 21 settembre del 1957, un omaggio di prestigio a Virgilio Giotti lo firma uno dei più stimati studiosi della lingua e della letteratura italiana. Quel
Pier Vincenzo Mengaldo
, per lunghi anni professore nelle università di Genova, Ferrara, Padova, alla Sorbonne di Parigi, alla Brown University di Providence e a Basilea, che da tempo va pubblicando saggi sulla
“Tradizione del Novecento”
.
Arrivato alla quinta serie, edita da
Carocci, pagg. 438, euro 43
(la prima risale al 1975), che lo studioso dichiara essere «certamente l’ultima», questo volume di saggi dedicati al ’900 spalanca una finestra su Trieste nel sesto capitolo. Che vuole raccontare “Una città e una lingua letteraria”. Muovendosi sulla strada aperta da Claudio Magris e Angelo Ara in “Trieste. Un’identità di frontiera”, Mengaldo mette subito in chiaro di non condividere l’ormai accettata tesi dello Svevo che «scrive male». Dal momento che la lingua usata dagli scrittori triestini era figliata certamente dall’abitudine all’uso del dialetto a cui si sovrapponeva il desiderio di aggrapparsi a un italiano raffinato (raccontava la moglie dell’autore della “Coscienza di Zeno” che lui, da giovane, aveva tentato di convincere il padre a mandarlo a studiare a Firenze «per apprendere la lingua dalle vive fonti». Inutilmente). Senza dimenticare l’impasto lessicale tipico della città di fine ’800 e inizio ’900 in cui si mescolavano tedesco, sloveno e altre lingue slave, perfino il francese.
E se sulla poesia di Saba, Mengaldo si sofferma in un capitolo intero, come fa poi con gli “Accordi” del gradese Biagio Marin, del lavoro letterario di Giotti dimostra di apprezzare soprattutto il coraggio di sottrarsi alla classica «lingua della poesia». Per creare un idioma in versi tutto suo, preso in gran parte a prestito dalla parlata triestina. Ma non solo, visto che l’autore dei “Colori” ha scritto poesie anche in italiano.
Il dialetto di Giotti diventa per Mengaldo l’autentica lingua della poesia. Anzi, suggerisce lo studioso, un dialetto-lingua ”assoluto”. Che rivendica sempre la sua aristocratica forza, dal momento che è caratterizzata da «forti caratteri intellettualistici».
alemezlo. ©RIPRODUZIONE RISERVATA
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