L’Hostaria Histra e le parole svolanti, ritratto letterario e civile di Milan Rakovac

Dalla marina militare jugoslava alla resistenza culturale, la voce anarchica e visionaria di uno degli ultimi costruttori di ponti nei Balcani

Diego Marani

Quando penso a Milan Rakovac, mi viene in mente uno di quei vecchi capi indiani dal volto rugoso, segnato dagli anni e dagli elementi, con il suo copricapo di piume, accovacciato su un’altura, che scruta l’orizzonte e raccoglie segni premonitori nel vento e nelle nuvole.

L'Istria come osteria d'Europa

Milan oggi scruta invece il filo di fumo che esce dalla sua sigaretta, seduto alla terrazza del caffè davanti alla biblioteca di Umago dove ha appena presentato il suo libro Hostaria Histra, un elogio alla sua terra, «giardino sperimentale d’Europa», come fu definita proprio dall’Ue.

«Sono convinto che l’Europa nascerà qui, tra Klagenfurt, Udine, Trieste, Capodistria, Pola e Fiume, oppure non nascerà affatto», scrive nelle sue pagine. Perché qui la gente ha capito che non c’è salvezza nelle patrie e che tutte vanno guardate con sospetto.

L’Istria diventa allora l’osteria di Milan, dove nessuno è completamente a casa, Zagabria è lontana almeno quanto Lubiana ma Roma ancora di più. «Italia, Slovenia e Croazia non sono in alcun luogo più deboli che in Istria; e proprio per questo, in nessun luogo sono così forti».

Perché qui la loro forza viene dalla loro unione, dal loro essere espressioni di cultura e non di dominio, non più nazioni ma popoli che in Istria si mescolano fuori dai loro confini. Le lingue di Milan sono tante, lui si proclama locutore di croato ciacavo ma la sua vera lingua è l’istroveneto quella della sua poesia che è inesorabilmente miscuglio e provocazione, fatta di «parole svolanti»:

“Ti svoli, ti svoli come una argentada stela cadente,

ti svoli ne el ade e ne el empireo a Zablog dove che i ga copà undici

de i nostri

parola mia, frecia svolante.

No' te conosso no' so cossa ti xe, te zerco

per riconoserte, ciaparte, meterte in squara, cantarte (popiezati)”

L'educazione ribelle di un marinaio

Milan è figlio di un eroe nazionale jugoslavo ucciso in circostanze sospette nel gennaio del 1945. Joakim Rakovac con il suo gruppo di partigiani operava nelle montagne del Gorski Kotor ed è lì che una pattuglia tedesca lo sorprese in un’imboscata.

Ferito nei combattimenti, riuscì a fuggire ma fu trovato morto il giorno dopo. Non si sa se per le ferite riportate o se assassinato dai servizi segreti del Partito o dall’armata partigiana che non vedevano di buon occhio il movimento di liberazione istriano e le sue intenzioni autonomiste.

Dopo la guerra Joakim Rakovac fu proclamato eroe nazionale. A Parenzo gli è dedicato un monumento e non c’è paese sulla costa istriana che non abbia una strada o una piazza a lui intitolata. Milan aveva sei anni quando il padre morì e l’esercito jugoslavo lo prese sotto la sua ala protettrice, forse anche per controllarlo, arruolandolo poi nella marina militare. Ma Milan era un poeta, non un soldato e ricorda quegli anni con un misto di nostalgia e insofferenza per il rigido inquadramento militare cui era sottoposto.

I suoi superiori conoscevano la sua passione per le lettere e quando saliva a bordo per una missione, come prima cosa gli sequestravano penna e quaderni. «Su quelle navi si moriva dal freddo! Assieme a quattro siluri, portavamo novemila litri di cherosene e non ci facevano accendere neanche un fiammifero, per paura che saltasse tutto per aria!».

Il marinaio Rakovac divenne comunque comandante di un cacciatorpediniere, in quella marina da regata e gran pavese che Tito sfoggiava nei raduni dei paesi non allineati. Nei dieci anni che passò in mare, imparò l’inglese e il francese e frequentò il mondo delle cortesie militaresche dove amici e nemici si sfidavano in eleganza e parate.

Una volta tornato sulla terraferma, i suoi superiori si rassegnarono infine all’idea che Milan Rakovac era più adatto a tenere la penna che il fucile e ne fecero il caporedattore della pagina culturale di Front, la rivista delle forze armate jugoslave.

L'ultimo degli jugoslavi, custode di una memoria plurale

Milan Rakovac è forse l’ultimo degli jugoslavi e se è sempre stato critico nei confronti dei nazionalismi e allergico alle patrie, rimpiange della Socijalistička Federativna Republika Jugoslavija il tentativo di tenere insieme «i cupi Balcani» al di là dell’angustia delle etnie.

La sua età, la sua reputazione di scrittore, il suo passato militare e il suo eroico pedigree familiare, gli hanno sempre permesso di tuffarsi nelle mischie culturali e politiche della Jugosfera con una libertà che ad altri non sarebbe stata concessa.

Con il regime titino trovò un modus vivendi, una specie di patto di non aggressione. Con la sua matrigna patria croata non ebbe mai nessuna remora. Alla fine delle guerre jugoslave, quando in ogni paese dell’estinta federazione si demolivano i vecchi monumenti e si rinominavano strade e piazze intitolandole a nuovi eroi, Milan insorse contro la furia distruttrice dicendo che tutto avrebbe dovuto essere conservato, non solo i monumenti jugoslavi ma anche quelli asburgici e italiani. «Perché è tutta roba nostra, eravamo sempre noi!».

Antifascismo e libertà nella terra di mezzo

Milan fu un consapevole testimone del suo tempo e coltivò amicizie che potevano essergli pericolose, come quella con Ligio Zanini. Racconta che quando la Croazia divenne stato indipendente, chiese al vecchio forzato di Goli Otok come si sentisse infine da uomo libero.

«Come uno che è stato tenuto stretto per i coglioni per cinquant’anni! Si fa fatica a rimettersi dritti…». Nella prefazione a Hostaria Histria, Aljoša Pužar definisce Rakovac una «brillante anomalia dei canoni letterari nazionali» che quando proclama la sua visione del mondo, «ha l’aria di un predicatore di strada» o di un pazzo di Dio in stile russo, sempre «sorridente eppur mortalmente serio violatore di ogni limite».

Rakovac è in fondo l’erede del più schietto antifascismo contadino istriano, consapevole che in una terra di mezzo come l’Istria pretendere l’appartenenza pura è un gioco pericoloso che porta solo alla tragedia. La sua Hostaria prende così le forme di un rifugio picaresco e anarchico dove si pratica l’internazionalismo più sfacciato e dove anche i migranti delle rotte balcaniche sono i benvenuti. Anche loro subito istriani al solo passaggio per queste terre.

Riproduzione riservata © Il Piccolo