Natalia Ginzburg e Biagio Marin: la loro intesa sul Piccololibri di sabato

Nell’inserto anche la vicenda di Giovanni Raicevich, l’Ercole triestino nei primi anni del Novecento, le opere da riscoprire di Alma Morpurgo e un’intervista al giovane coreografo Matteo Carvone
Pietro Spirito

TRIESTE «Perché non me l’ha detto prima che ama i miei versi?». Lo chiese, in una lettera, Biagio Marin a Natalia Ginzubrg, in risposta a una missiva di lei, che da anni leggeva le opere del poeta di Grado, trovando in quelle liriche appassionate il senso poetico della vita. La storia dell’intesa intellettuale e spirituale fra i due grandi scrittori, nata quando la Ginzburg era appena un’adolescente affamata di letteratura nella lontana Torino, apre l’inserto il Piccolibri, sette pagine di approfondimento culturale all’interno di “Tuttolibri” della Stampa, in vendita domani in abbinata a “Il Piccolo”. Natalia Ginzurg raccontò il suo legame con Marin già in un articolo del 1970, poi confluito nel libro “Vita immaginaria” da poco ripubblicato da Einaudi.

E un’altra scrittrice di grande valore, Alma Morpurgo, è la protagonista della pagina dedicata ad opere e autori da riscoprire. Con la sorella Margherita, assieme ad Anna Curiel e Paola Fano Voghera, Alma Morpurgo faceva parte a Trieste di un gruppo coeso di scrittrici, legate da rapporti familiari intrecciati con personaggi di primo piano della cultura ebraica triestina, come il matematico Guido Voghera e suo figlio, lo scrittore Giorgio Voghera, Riccardo Curiel, e il filosofo Giorgio Fano. “L’esilio. 1939-1955. Ricordi dal Cile”, pubblicato da Campanotto nel 2016, è in particolare il libro indicato nell’articolo che ripercorre la storia e l’opera di Alma Morpurgo.

La Mappa d’autore di questo numero del Piccololibri, è affidata ai fratelli Elisa e Ricky Russo, giornalisti ed esperti di musica, che ricordano a modo loro il rione triestino di Chiarbola, in particolare la via Capodistria, microcosmo di sogni e aspirazioni negli anni Settanta.

E del ventennio che va dagli anni Sessanta agli Ottanta si parla nella doppia pagina del Piccolibri dedicata alla mostra fotografica aperta nella Chiesa di San Francesco a Udine. Una cinquantina di scatti di alcuni dei migliori fotografi reporter della regione raccontano vent’anni cruciali di cronaca. Dal baby boom alle radio libere, dalla rivoluzione basagliana agli scioperi per i cantieri, “Fotografia come testimonianza. Friuli 1960-1980” è una finestra aperta su una stagione di grandi cambiamenti e fermenti, come illustra Claudio Ernè, uno dei fotografi in mostra, nell’intervista a corredo del servizio.

Un focus nella rubrica Borderline del Piccolibri, la pagina centrata su personaggi di varia estrazione nativi o adottivi della nostra regione che a vario titolo hanno vissuto vite alternative, racconta la vicenda di Giovanni Raicevich, l’Ercole triestino nei primi anni del Novecento fu protagonista indiscusso del cinema di genere mitologico e peplum, come “Il leone mansueto”, “Il re della forza”, “Il pugno del gigante”. Sempre in bilico tra il fenomeno da baraccone l’artista di razza, Raicevich fu anche un accesso irredentista, un gran donnaiolo e, come molti del suo stampo, finì per sperperare una fortuna tentando la via della produzione cinematografica. Morì nel 1957, quasi ottantenne, rimanendo ancora imbattuto sul ring.

Chi invece, ai nostri giorni, è sul trampolino di lancio per diventare famoso è il giovane coreografo triestino Matteo Carvone, che in un’intervista si racconta e racconta il suo grande amore per la danza. Il suo spettacolo [FAUN] portato alla Biennale danza di Venezia nel 2020, lo ha segnalato come uno dei migliori talenti emergenti nella danza. Attratto dalla figura mitologica del fauno, Carvone punta la sua arte e il suo studio sulla complessa simbologia di una figura metà uomo e metà animale che, dice, appartiene a ognuno di noi.

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