Ne “Les Misérables” poliziotti oltre le regole nella Parigi violenta

La Francia, come il resto d’Europa, è un Paese in fermento. E il riverbero di questo clima di tensione e insofferenza raggiunge anche gli schermi cinematografici. In concorso, alla 72° edizione del Festival di Cannes, “Les Misérables”, polar a sfondo sociale di Ladj Ly (quello di “A voce alta-la forza della parola”) che promette di addentrarsi nelle contraddizioni della società transalpina attraverso lo sguardo del suo protagonista, Stéphane, appena arrivato da Cherbourg per prendere parte alla brigata anti-crimine di Montfermeil nei sobborghi di Parigi. Assieme ai compagni di squadra Gwada e Chris a volte si trova costretto a usare metodi “speciali”, mentre man mano vengono a galla le tensioni che animano i vari gruppi di quartiere.
Si vorrebbe, come sempre si è fatto, poter offrire al lettore impressioni di prima mano sul film, anziché limitarsi al poco materiale disponibile sul sito del festival, ma i nuovi insensati orari delle proiezioni per la stampa non sono compatibili con i tempi della redazione e non consentono un puntuale servizio di critica e di cronaca. Questo è il festival di Cannes dell’era Fremaux-Lescure da due anni a questa parte. In fila per il film, nei corridoi del Palais du Cinéma ancora si parla dell’aperura affidata a “The Dead Don’t Die”, dovendo purtroppo constatare che, alla fine, gli zombie di Jarmusch (foto) si sono rivelati più innocui del previsto: la satira politica - contrariamente alle attese - non graffia, l’umorismo è talmente sottile da riuscire a strappare solo qualche sorriso, il messaggio ambientalista fin troppo elementare. Le aspettative svaniscono così nel nulla, come la nuvoletta di fumo nero uscita dalle teste mozzate dei non-morti che minacciano la notte a “Centerville”, nella profonda provincia americana. Di certo dall’autore di “Paterson” e “Solo gli amanti sopravvivono” ci si aspettava di più. E invece il minimalismo finisce per diventare fragilità e la forma un gioco al citazionismo che imbocca presto la via della schematicità. Fedeli alla tradizione romeriana, anche gli zombie di Jarmusch si offrono come metafora di una società alienata, ancora affamati di ciò che li ossessionava in vita: vestiti, alcol, xanax e wi-fi. Mentre il mondo è attraversato da stranezze perché - dicono al tg - la Terra non gira più sul suo asse a causa delle trivellazioni del Polo Nord in cerca di petrolio. Se proprio va cercato un messaggio politico nel film, è quello ambientalista: «Il nostro pianeta è in pericolo - dichiara Jarmusch - e la politica è solo una distrazione, sono le grandi aziende che controllano il mondo. Se c’è qualcuno in cui riporre le proprie aspettative sono i giovani. Come il movimento “Sunrise” che lotta contro il cambiamento climatico». —
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