Nel cibo di Helena Janeczek tutti i tormenti di cui non parliamo

«Temo che di golosi veri, di peccatori impenitenti, oggi non ce ne siano quasi più. Doveva esser altra gente, quella di Dante, un’altra umanità». E ancora: anoressici, bulimici «passano comunque tutto il tempo a pensare al cibo… e allora all’inferno non dovrebbero andarci pure tutti gli altri, quelli che hanno rimorsi per aver mangiato un po’ troppo?». Così riflette Elena, la narratrice del libro “Cibo” di Helena Janeczek, uscito per la prima volta nel 2002 e ripubblicato ora da Guanda (pagg. 284, 17 euro) sull’onda del successo dell’autrice, che nel 2018 ha vinto il premio Strega con “La ragazza con la Laica”.
Janeczek, nata a Monaco di Baviera da genitori polacchi di origine ebraica, vive in Italia dal 1983 e in italiano scrive, con una lingua che a volte provoca nel lettore un sussulto, a volte lo smarrisce un po’. In questo libro l’autrice ha scelto un tema che oggi è diventato un’impudica ossessione come fulcro di un viaggio tra dolori, amori, memorie, incroci di culture e di storie.
Elena dice «è una vita che faccio diete» ed è nella lotta per un corpo diverso che conosce la massaggiatrice Daniela, anche lei imbrigliata in un rapporto difficile con il cibo, stravolta da violenti attacchi di bulimia all’inseguimento di un amore di quelli che ti tolgono, più che il fiato, l’ossigeno al cervello. C’è poi il viaggio personale: Elena, che è stata una ragazzina troppo sola e troppo in carne, ricorda il pane burro e aglio di suo padre, ricorda la compagna di scuola Ulrike che sparisce perché colpita da una misteriosa «dipendenza da magrezza» e la cuoca mantovana Aurelia, che nella casa della vacanze faceva i tortelli di zucca e il pane biscotto…
Ritornano nel testo elenchi di cibi che avvolgono, tra le altre, la storia di Teresa Aiace nella cui nostalgia le ricette napoletane si sono modificate al posto dei ricordi, o quella di Ruzena Perl che sembra voler cancellare nel grasso il dolore dell’esilio dalla Praga del 1968. «Non riesco a sopportare quelli che non prendono il cibo sul serio», diceva Oscar Wilde, e Janeczek lo prende molto sul serio, lo usa come cartina tornasole di tormenti non sempre evidenti, spesso parlati e poco compresi, di tutto il carico di dolore che mangiare, non mangiare, abbuffarsi o rinunciare implica. Di tutto il rispetto per se stessi dimenticato, inseguito in modo sbagliato, erroneamente proiettato su quello degli altri. —
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