Nel Condominio Rosso si consuma il dramma della Jugoslavia distrutta

Bottega Errante pubblica “L’ascensore di Prijedor” del bosniaco Darko Cvijetić, metafora della guerra
Federica Manzon

la recensione



«Le storie che ho scritto in ventitré giorni, le ho da ventitré anni in gola» dice Darko Cvijetić, poeta, drammaturgo e scrittore bosniaco. Le storie sono quelle di Prijedor, città nel nord della Bosnia nota per essere stata uno dei territori più cruenti del conflitto balcanico. In questo luogo sperduto, “conosciuto solamente per crimini di guerra, campi di concentramento e pittori”, Cvijetić è nato, e non ha mai smesso di raccontarlo in poesie, testi teatrali, romanzi. “L’ascensore di Prijedor” appena uscito per l’editore Bottega Errante (pagg. 112, euro 15) nella bella traduzione di Elisa Copetti, mette in scena un microcosmo della città, il Condominio Rosso dove l’autore è cresciuto e che diventa, attraverso la sua prosa asciutta e poetica, metafora di un’intera nazione.

Costruito a metà degli anni Settanta, quando il luminoso sol dell’avvenire guidava l’industria cittadina, il Condominio Rosso era l’incarnazione del progetto jugoslavo: ci vivevano operai e impiegati, intellettuali e artisti, perdigiorno e militari. Tredici piani, un labirinto di gradini e famiglie con un ascensore, anzi due, a mescolare le genti, favorendo l’integrazione di classi sociali e generazioni. Famiglie serbe dividevano il piano con quelle musulmane bosgnacche, con le croate, e non mancavano rom ed ebrei.

Cvijetić raccoglie le storie di questo villaggio verticale, dei suoi abitanti che da vicini si sono trovati all’improvviso nemici. Racconta chi è rimasto, chi ricorda il rumore degli stivali sulle scale e le porte spalancate a forza, chi si è salvato cedendo il posto sull’autobus a qualcuno che in quel posto è stato colpito da una granata, chi ha gestito lo scambio dei cadaveri – “un morto per un morto” – e poi è stato accusato di aver barato. Racconta il prima e il dopo. Il mondo ancora integro degli anni successivi alla morte del Maresciallo, con le ville asburgiche come asili da fiaba e le vacanze dei figli degli operai al mare di Biograd. Il tempo in cui i bambini costruivano la sagoma di cartone di Tito e la facevano volare sul tetto come un aquilone, per poi tornare a casa e prenderle dai genitori.

Questo mondo finisce nel 1991 e il Condominio Rosso, da simbolo dell’integrazione jugoslava, diventa il palcoscenico in scala minima della guerra. Solo nelle prime ore del conflitto attorno al palazzo muoiono nove persone, nei giorni successivi nessuno si presenterà ai funerali dei vicini musulmani, nessuno proverà vergogna per questo, qualcuno conterà su un cognato serbo per salvarsi, in molti impareranno a sparare e in molti finiranno nei campi.

Cvijetić accosta le storie l’una all’altra in un montaggio che non fa sconti e non giudica, ma piuttosto mostra che raramente ci è dato scegliere il nostro destino, più spesso veniamo trascinati dai tempi e dalle situazioni, ci identifichiamo in una parte o in un’altra ma in fondo i fronti opposti sono uguali, e la verità è un dettaglio che non interessa a nessuno.

Quando la guerra finisce, della Prijedor jugoslava rimane poco, si è dissolta come il Tito di cartone finito a marcire sotto le piogge. Chi poteva se n’è andato a gambe levate, chi è rimasto ha lasciato che la memoria andasse alla deriva e sui muri appena tinteggiati i ragazzini disegnano svastiche.

Ma Cvijetić scrive e le sue parole si oppongono a ogni negazionismo, non vogliono portare giustizia o vendetta ma chiamano a ricordare, a confrontarsi con quanto è accaduto perché il futuro possa essere libero dai fantasmi dei morti, perché mai più sia invocato il culto del sangue per affermare l’identità di una nazione contro un’altra. Perché le differenze non diventino odio, i confini non si trasformino in muri, perché le nazioni continuino a essere terre di molti popoli, e sulle scale del Condominio Rosso tornino risuonare i richiami dei bambini senza che l’origine dei loro nomi li divida. —



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