Nel “Romanzo imPopolare” si è volatilizzata una banca

I giornalisti Cristiano Gatti e Ario Gervasutti analizzano il crac della Popolare di Vicenza e le responsabilità anche dei risparmiatori “ignoranti”



Affidereste la vostra testa per il taglio di capelli a un bancario? No, di certo. E affidereste i vostri risparmi a un parrucchiere? Ni, perché almeno il 50 per cento del genere femminile dipende dal suo parrucchiere di fiducia e gli lascia cifre ragguardevoli. E allora diciamocela tutta: non abbiamo le idee chiare se, benché non ci facciamo pettinare da un bancario, gli affidiamo la nostra testa vuota di nozioni economiche, senza renderci conto che ce la può tagliare in qualsiasi momento. Ci fidiamo dei suoi consigli, senza considerare che lui deve portare l’acqua al proprio mulino: la banca è un’azienda che si regge sul nostro portafoglio. E, secondo il proverbio, l’occasione fa l’uomo ladro.

Come scrivono in “Romanzo imPopolare” (Aviani&Aviani editore, pagg. 329) Cristiano Gatti ed Ario Gervasutti, per ogni ignorante c’è un esperto, fino a prova contraria. Infatti cosa succede se gli esperti sono molti e ognuno ha da far girare il proprio mulino? Guerra economica senza esclusione di colpi, dove i cadaveri sono i risparmiatori ma anche qualche banchiere inamovibile che negli anni ha finito per considerare la banca un suo feudo.

Il titolo tutto intero è: “Romanzo imPopolare. La vera storia della scomparsa di una banca e dei suoi 120mila azionisti. Perché un territorio è stato spolpato e perché può accadere ancora”. Gli autori rispondono: perché la grande assente è l’Etica. Quindi, per non farsi gabbare, sarebbe opportuno introdurre già a scuola i rudimenti dell’istruzione economica e vigilare sui propri interessi.

I giornalisti Cristiano Gatti del Corriere della Sera e Ario Gervasutti del Gazzettino, dopo aver letto oltre due milioni di pagine di verbali, intercettazioni, deposizioni, atti ufficiali, sono giunti alla conclusione che i colpevoli non sono solo quei pochi che hanno rovinato molti, come crede l’opinione pubblica, ma pure quei molti che, per ignoranza, accidia e superficialità, hanno demandato ciecamente ad altri la gestione dei propri risparmi.

Qui si narra, con stile godibile, la realtà romanzesca dell’ascesa e caduta del “doge” Gianni Zonin, che sino al 1996 era un produttore di vino e basta. In Italia si crede sempre che un imprenditore di successo possa incrementare qualsiasi altra attività economica, finanziaria o politica che sia, perché tutto quello che tocca è oro come il re Mida, senza pensare che chi fa l’oro se lo tiene. Senza pure considerare che il prescelto dovrà soddisfare le richieste di chi l’ha messo sul trono di velluto. Poi un giorno ci si accorge, oibò, che il velluto è corroso dalle tarme e i forzieri del reame sono vuoti.

Dove sono finiti tutti i soldi di una banca che andava così bene come la Popolare di Vicenza? Chi ha fatto saltare l’istituto? La gestione del doge o la clava della leggiadra Danielle Nouy, capo vigilanza Bce, che avrebbe voluto un capo espiatorio, stanca dell’andazzo delle banche italiane? La Banca d’Italia ha vigilato? E i governi del Paese che responsabilità hanno avuto? Chi sono i buoni e chi i cattivi? Che ruolo ha avuto davvero Francoforte nella distruzione della Popolare di Vicenza? L’impero di Zonin si sgretola tra il 2012 e il 2015 e se oggi egli è a processo per ostacolo alla vigilanza, potrebbe vedersi contestata la bancarotta fraudolenta. Oggi, alle 18 alla libreria Ubik, in galleria Tergesteo a Trieste, Ario Gervasutti svelerà alcune di questi insondabili quesiti. —



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