Nelle “Bugie” di Coetzee c’è il senso dell’ultima stagione di ogni vita

«Come la primavera è la stagione che guarda al futuro, l’autunno è quella che guarda al passato. I desideri concepiti dal cervello autunnale sono desideri autunnali, nostalgici, stratificati nella memoria. Non hanno più il calore dell’estate; anche quando sono intensi, la loro è un’entità complessa, polivalente, rivolta maggiormente al passato che al futuro». È una riflessione disincantata sulla vita, sulla sua parabola e il suo senso, il filo che lega le sette brevi prose di “Bugie e altri racconti morali” (Einaudi, pagg.93, euro 15) di J.M.Coetzee, sette apologhi morali - non moralisti - che girano intorno ai temi cari allo scrittore sudafricano Premio Nobel, come il rapporto tra l’uomo e l’animale, l’ipocrisia, il senso del dovere, l’impermanenza dell’amore. Personaggio protagonista e portante della raccolta è Elizabeth Costello, la scrittrice alter ego dell’autore, colta in rapidi flashback della sua esistenza senza un ordine preciso, a volte sospesa nella sua identità. È forse lei la donna che passa due volte al giorno in bicicletta davanti a un cancello oltre il quale un cane feroce le abbia contro, spaventandola con la sua violenza trattenuta dal recinto: una minaccia, anzi un insulto continuo alla sua integrità di essere umano, alla sua identità di donna. Ed è forse ancora lei la donna che rievoca e confessa una lontana infedeltà: «Una relazione sorprendentemente semplice, sorprendentemente bella, così bella che non o mai cercato di ripeterla. Per questo te lo posso dire; perché fa parte del mio passato, parte di quello che sono stata un tempo, di quello che ha fatto di me la donna che sono, ma non fa parte di me».
Ed è sicuramente Elizabeth Costello la donna che, il giorno del suo sessantacinquesimo compleanno, riceve a casa i figli John ed Helen, presentandosi con i capelli tinti di biondo, truccata come mai prima, provocando l’imbarazzo dei familiari: «Tranquilli, dura poco. Tornerò me stessa al momento debito, a fine stagione. Ma voglio che mi guardino ancora. Ancora una volta o due nella vita voglio essere guardata come si guarda una donna. (...)». Negli altri racconti c’è ancora Elizabeth, qualche anno dopo, che adesso vive ritirata in una casa della campagna spagnola, attorniata da gatti e con un uomo di nome Pablo, uno psicotico esibizionista che dorme in cucina e che lei - racconta a suo figlio John in visita - ha “salvato” dai servizi sociali intenzionati a chiuderlo in manicomio: «Ho promesso ai servizi sociali che mi sarei occupata di lui se l’avessero lasciato stare. Ho promesso di tenerlo d’occhio, per accertarmi ce non si comportasse male». E più avanti ancora, vediamo Elizabeth che ormai non può più restare sola e i figli cercano di convincerla ad andare in una casa di riposo.
È soprattutto qui, nei rapporti tra Elizabeth e i suoi figli, in questi colloqui ora spietati ora affettuosi, che sta il nucleo morale dei racconti di Coetzee. Nell’autunno della sua esistenza Elizabeth non vuole rinunciare agli ultimi brandelli delle infinite possibilità dello stare nel mondo, fino a cercare la «compagnia di creature il cui modo di essere è diverso dal mio, più diverso dal mio di quanto il mio intelletto sarà mai in grado di affrontare». Cosa resta da fare nell’autunno della vita? Elizabeth progetta un mattatoio trasparente, un macello da impiantare in centro città in modo che ciascuno possa vedere quanta violenza ci vuole per sopravvivere. Perché in quest’ultima stagione della vita nemmeno l’amore è un conforto: «L’amore umano è già abbastanza oscuro. Come sceglie i suoi soggetti l’amore umano? Non ne ho idea. Perché è cosi saturo di ambivalenze? Non lo so. E quanto più impenetrabili per noi devono essere i sentimenti degli animali! No, non mi interessa l’amore, ma solo la giustizia». —
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